Il filo di mezzogiorno

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Il filo di mezzogiorno segna la seconda tappa dell’Autobiografia delle contraddizioni, il monumentale viaggio interiore in cinque stazioni in cui l’autrice italiana Goliarda Sapienza mette a nudo sé stessa. Una discesa negli inferi dell’identità, dove ogni pagina è un passo verso la dissoluzione e la rinascita, nel tentativo mai concluso di contenere una vita incontenibile.

In questo secondo volume, Sapienza narra il delicato e tormentato percorso di psicoanalisi intrapreso con il dottor Majore in seguito al suo primo tentativo di suicidio. Nella primavera del 1962, infatti, l’attrice e scrittrice era stata ricoverata nel reparto psichiatrico di un ospedale romano e come era di prassi (soprattutto per le donne), viene sottoposta a diverse sedute di elettroshock che le procurano una temporanea ma completa perdita della memoria. A tenerla ancorata alla possibilità di un ritorno, l’“analisi selvaggia” del dottor Majore — una promessa di cura, forse di salvezza — e l’amore ostinato di Citto Maselli, il compagno di allora. Insieme, diventano gli specchi attraverso cui Goliarda tenta di ricomporre l’immagine smarrita del proprio volto.

Il romanzo si sviluppa come un resoconto vivido e inquieto di quei tre anni di analisi, fino al momento inevitabile del distacco dal terapeuta, nel 1964. È proprio in quel momento, lasciata nuovamente sola, che Sapienza si ritrova tra le mani i frammenti sparsi della sua identità, parti di un puzzle complesso ancora tutto da ricomporre.

Tuttavia, la sensazione di solitudine è, fin dall’infanzia, qualcosa con cui Goliarda ha sempre avuto familiarità, e questo libro la riflette pienamente, dall’inizio alla fine, così come tutte le sue opere. Un’autrice non solo politica, profonda, maestra delle parole, ma anche una persona in carne e ossa, che scende dall’Olimpo degli scrittori inarrivabili per avvicinarsi all’orecchio dei suoi lettori e sussurrare che non sono soli. Io mi sono sentita accolta in un abbraccio silenzioso e privo di giudizi, di quelli che ti fanno sentire che “va bene così”.

L’impressionante intimità della narrazione di Sapienza continua durante tutte le pagine del romanzo, che contrappone ai ricordi dell’infanzia catanese i dialoghi con lo psicoanalista tanto amato dalla Roma bene. Sapienza alterna stati di grande lucidità a pagine soffocate dalla pazzia, il linguaggio scava, lacera, apre spiragli, con immagini disturbanti e sfocate. Il confine tra cura e manipolazione si fa sempre più labile, e la scrittura diventa per l’autrice unico strumento di salvezza.

Infatti, il dottor Majore, e ciò diviene chiaro molto presto, cerca di imporre a Goliarda la sua verità, rifiutando di vedere veramente la complessità emotiva della sua paziente. Come sottolinea Angelo Pellegrino nella prefazione all’edizione de La nave di Teseo: “ciò che l’analista diceva naturale era in realtà anch’esso puramente culturale.”

Si fidi di me signora, vedrà che dipaneremo questa matassa imbrogliata di sentimenti ed emozioni confuse che lei crede sia amore. L’amore non esiste. Si fidi di me.

Ma la fiducia, nella sua forma più pura, richiede ascolto, delicatezza, rispetto. Qualità che Majore non possiede, come è la stessa Sapienza a denunciare nell’ultima, potente pagina del romanzo:

Capii che quel medico, nello smontarmi pezzo per pezzo, aveva portato alla luce vecchie piaghe cicatrizzate da compensi, come lui avrebbe detto, e le aveva riaperte frugandoci dentro con bisturi e pinze e che non aveva saputo guarire… mi ricordai quella fretta, quanta fretta di richiudere, ricucire quelle piaghe alla meno peggio… e in quella fretta spastica aveva dimenticato dentro qualche pinza.

Resistere per scrivere, scrivere per resistere: Goliarda Sapienza per me è LA scrittrice. Scrittrice della sopravvivenza, della frattura, del rifiuto di ogni normalizzazione. Un filo sottile, quello del mezzogiorno, teso tra buio e luce, tra morte e (ri)nascita. Un filo che, ancora oggi, passa tra le nostre mani. E ci chiama. Ci trattiene. Ci salva.

Recensione di Maria De Gennaro

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Goliarda Sapienza, Il filo di mezzogiorno, Garzanti, Milano, 1969

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