Demichov

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“Vladimir sente di avere una carta in più nel mazzo, che la sua esistenza è truccata, che tutto quel che deve fare perché valga la pena viverla è applicare la propria volontà.

Chi è Vladimir Demichov? E perché dedicargli un libro? Bravi, ottime domande. Ma la più adatta sarebbe: perché leggerlo? Ebbene.

“Vladimir Petrovič Demichov (1916-1998) – chirurgo e ricercatore sovietico: uno dei più noti pionieri del trapianto di organi; comunemente definito il padre del trapianto di cuore e polmoni.” (cit.)

Non era un chirurgo: fu anatomopatologo, riuscì a ottenere la laurea (in scienze biologiche, non in medicina) all’età di 47 anni, davanti a una commissione ufficiale ma accerchiato dai suoi più feroci detrattori, che lo coprivano di insulti definendolo ciarlatano, imbroglione. “Noto” non è un aggettivo calzante, così come perplime l’avverbio “comunemente” – se è ricordato, con quello sguardo crucciato che significa un certo sforzo della memoria, è per essere stato lo scienziato pazzo che ha insistentemente montato un cane sull’altro, creando decine di cerberi bicefali non particolarmente longevi. Già solo per questo potremmo voler indagare più a fondo una biografia tramandata così male: considerato il tenore macabro dei suoi esperimenti non si tratta, questo è ovvio, di un’indagine adatta a stomaci deboli o troppo sensibili.

Oseremmo dire che “Demichov” andrebbe letto per vari motivi: per curiosità e approfondimento, certo, ma soprattutto per avvicinare la postura intellettuale di chi l’ha scritto. Il libro si inserisce bene in un filone di biografie aneddotiche che, come quelle di Nori o Mercadini, intersecano stralci di vita personale dell’autore con riflessioni di carattere sì etico (se pensiamo al versante scientifico-sperimentale di questa storia) ma che soprattutto scivolano consapevolmente in domande più ampie sulla psicologia umana, sul concetto di identità, sulla percezione soggettiva della realtà. Senza nascondersi dietro una ricerca pur profonda e accurata delle fonti, La Porta si muove nel vasto mare della speculazione interpretativa e ci accompagna tra gli interrogativi anche esistenziali che l’hanno portato a indagare una vita tanto controversa.

L’unica considerazione che si permette sull’eventuale dissociazione empatica dell’uomo Demichov è sicuramente più pacata di qualsiasi altra esclamazione possa attraversarci il cervello durante la lettura, che rimane disturbante nella descrizione dei traumi della guerra, dell’umiliante ostracizzazione in patria, della determinazione oltre ogni apparente buon senso in una direzione ostinata e contraria ma, per lui, limpidissima. Così come ha saputo che quella donna incrociata sulle scale sarebbe diventata la sua compagna di vita, così sa che la sua intuizione sconvolgente potrebbe mettere in scacco la falce che assilla il tempo dell’uomo. Più volte ripete l’autore: Vladimir – il frainteso, il dotato, l’inviso, l’alienato – di fronte a ogni ostacolo fa quello che gli viene meglio: insiste. Ed è vero che, al prezzo di innumerevoli vite non umane, ha di fatto illuminato il cammino di chi oggi può salvare le vite di madri, figli, cari amati. C’era del mostruoso nella freddezza allucinata della sua ostinazione? O a prevalere era l’istinto profondamente altruista della sua visione?

Non esistono risposte vere e definitive (possiamo mai leggere nella mente di un qualsiasi uomo?), né La Porta prova a fornirle eppure, durante la lettura, continuiamo a mettere in discussione i nostri principi e il nostro sguardo, imparando a ruotare la luna nella speranza di scorgere il suo lato oscuro, animati da quel folle desiderio di conoscenza che può renderci deliranti o umilissimi nella nostra definizione dell’umano.

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Salvatore La Porta, Demichov, Il Saggiatore, Milano, 2025

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