In occasione del nuovo libro di Starnone, uscito ormai in tutte le librerie, mi è parso giusto ricordare il romanzo, fra i suoi, che più mi ha emozionata negli ultimi anni: Lacci. Un libro che per me è stato molto più che una semplice esperienza di lettura: mi sono ritrovata, piuttosto, ad attraversare le quattro mura desolate di una famiglia che ho – da subito – sentito abitare la mia stessa camera, e uscirne un po’ barcollante, arrabbiata e capita al tempo stesso, a tratti quasi straziata. La mole del volume inganna, perché alla fine Lacci è un libricino che si infila ovunque, ma la mole di sentimenti aggrovigliati – proprio come i lacci del titolo – che Starnone trasferisce sulla pagina, rende la lettura di questo romanzo incontenibile.
La storia è semplice ma spietata, intima, precisissima: Vanda e Aldo sono due anziani signori in pensione che abitano una casa enorme ma spezzata, un matrimonio costruito su un equilibrio fragilissimo di riti abitudinari. Con due figli ormai adulti, sono legati al passato da un insieme di ricordi e tradimenti dolorosi che fatica a lasciarli. L’incipit potentissimo – mi spingo a dire forse uno dei più belli della letteratura italiana contemporanea – racchiude tutti gli attributi di questo piccolo volume:
Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie.
A parlare è Vanda, ancora giovane e completamente immersa nel dolore dell’abbandono da parte di Aldo, che all’improvviso se ne va e la lascia sola con due figli piccoli. Perché sì, Aldo se ne va così, da un giorno all’altro, egoisticamente e nel più crudele dei modi. Parte alla ricerca di una libertà mai avuta e sempre desiderata, immerso cuore e spirito in una relazione con una donna più giovane e totalmente diversa dalla moglie, di cui resterà innamorato per tutta la vita. Infatti, anche se Aldo non oserà mai utilizzare la parola «amore» di fronte a Vanda, più per paura che per rispetto, la giovane donna del passato vivrà per sempre in lui e, di conseguenza, dolorosamente nella memoria della sua famiglia. Vanda, al contrario, resta. Ma resta logorata da una rabbia e un rancore che sono destinati a non abbandonarla mai. Scrive lettere al marito, piange, muore dentro, minaccia, si strazia dietro i mille lavori di casa, tira accuse, e il dolore finisce per definire la sua intera identità.
Una persona mi ha detto che, finché non si è sposati, questo libro non lo si può capire davvero, ma, una volta arrivata alla fine, ho subito pensato che leggerlo da figli e figlie, è (forse) perfino più intenso. Perché Starnone non racconta solo l’autentica sofferenza della vita di coppia, ma riesce a trasportare sulla carta il punto di vista di ogni membro della famiglia, in tre diversi momenti: quello prima del dolore, durante gli anni della cesura, e, infine, nell’attimo in cui tutto torna al proprio posto. L’autore italiano mostra con un rigore sorprendente – e tenero fino alle lacrime – che a volte i lacci che ci tengono insieme non sono quelli dell’amore, ma corde deteriorare che necessitano di essere spezzate, e che continuano a segnarci la pelle. A volte, ad unirci in garbugli inestricabili sono il senso di colpa, l’apparenza, la paura della solitudine, perfino le case comprate insieme, la dipendenza, la disperazione.
L’unica a fare uno sforzo di verità è Vanda, in una delle sue lettere iniziali:
Se ho ben capito, disapprovi che io dica così frequentemente noi. Ma è così: io e i bambini siamo noi, tu ormai sei tu. Hai distrutto, andandotene, la nostra vita con te. Hai distrutto il nostro modo di vederti, ciò che credevamo che fossi. […] ci hai costretti a prendere atto che sei stato solo un frutto della nostra immaginazione.
Recensione di Maria De Gennaro
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Domenico Starnone, Lacci, Einaudi, Torino, 2014



