“VENERDÌ RE-VERSO”
“Che cosa mai mi ha dato la pazienza di persistere finché ho imparato a leggere le parole di un libro?”
Ci chiediamo come sia possibile che questo libro non venga fatto leggere in tutte le scuole. Merita un posto negli scaffali dei ragazzi tra Il buio oltre la siepe e Fahrenheit 451; se non l’avete ancora fatto leggetelo ora, prima che li brucino tutti.
Catalogare il Mimo nella fantascienza pare quantomeno azzardato: leggere questo libro oggi significa rabbrividire per la sua attualità e piangere, piangere tanto per tutto l’amore che l’autore dichiara alla Letteratura. Ecco sì, diremmo forse che si tratta di una lunga lettera d’amore. Ai libri, all’altro da sé, alla vita. Agli uomini che tentano di distruggere tutto – ai pazzi che rifiutano di arrendersi.
Nel futuro spaventosamente realistico che dipinge Tevis ci sono un uomo, una donna e un robot: tre attori in una società di zombie regolata da slogan orwelliani che invitano a non pensare, a essere autosufficienti (soli), anestetizzati al dolore (e quindi al piacere), a dimenticare il passato, a realizzarsi nell’omologazione. Non si mangia cibo vero ma sintetico, non si fa l’amore (“Il sesso svelto protegge”) e soprattutto non si fanno bambini. La famiglia, i legami sono un rischio; guardarsi negli occhi è un rischio (la cortesia obbligatoria lo proibisce); leggere, scrivere e chiacchierare sono atti dimenticati; il desiderio è un tabù. E cosa succede se un uomo, un singolo uomo re-impara a leggere? E se una donna smette di impasticcarsi tornando lucida? Succede che il povero robot, progettato per essere al servizio degli esseri umani, per non dimenticare e non morire, se già voleva ammazzarsi prima adesso vede la sua ineluttabile esistenza come una condanna che davvero non avrà mai fine. Perché nella devastante parodia biblica che Tevis orchestra, questi due novelli Adamo ed Eva pensano bene di innamorarsi e riprodursi. Ma cosa gli salta in mente?
Perché? Perché nei libri Bentley, l’uomo, ritrova la curiosità, il passato e per questo riesce a immaginare un futuro. La condivisione e la relazione gli restituiscono un’umanità perduta, fatta di “confusione, desiderio, irrequietudine, disperazione”, componenti contraddittorie della vita che celano solo in apparenza la loro controparte fertile, ambiziosa, luminosa, la bellezza dell’errore, dell’imperfezione. Nella scrittura cristallina, levigata che ci accompagna in questo viaggio ritroviamo l’irrazionale, potente spinta alla vita, che non è tale se non consente la cura, la libertà, la verità, infine: la morte – come dono di senso e limite fondativo che il robot, copia inesatta dell’umano e del divino insieme, non può assaporare.
Qui dentro troverete il tracciato di una strada che abbiamo già imboccato, fatta di Privacy e lobotomia, schermi e alienazione, la vedrete chiaramente e qualcosa di sepolto dentro di voi avrà voglia di urlare, di gridare che ama, che pensa, che sente tutto il male ma anche tutto il bene. Che il dubbio ci concima, ci arricchisce, ci rende fragili e rischia di spezzarci in un milione di piccoli pezzi, eppure, senza volerci riparare a tutti i costi, in quelle crepe e in quelle spaccature nuovi fili d’erba saranno sempre pronti a germogliare.
“Altri hanno sentito quello che io sento e, talvolta, sono riusciti a dire l’inesprimibile”. Altri, tipo Walter Tevis.
Recensione di Delis
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Walter Tevis, Solo il mimo canta al limitare del bosco, Mondadori, Milano, 2024
Edizione originale: Mockingbird, Doubleday, New York, 1980



