Ten words (1 of 2)

Written by Laura Zona

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L’almanacco, aperto alla pagina del 31 dicembre 2020 giaceva, abbandonato, sulla scrivania disordinata. Appuntata, con una scrittura svolazzante, c’era la parola “volare”. Scorrendo all’indietro, ogni pagina dell’almanacco conteneva una parola.

Una diversa per ogni giorno. Scrivevo al mattino, appena sveglio. Per non dimenticare. Una consegna data, anni prima, dal mio psicanalista: tracciare il filo conduttore dei viaggi onirici. Notte dopo notte. Una consegna che avevo perseguito con puntualità e determinazione. Alla ricerca spasmodica dei pezzi di me che si erano sparpagliati chissà dove. Forse proprio nei sogni.

Per i vicini ero un tipo strano. La mia riservatezza metteva disagio. Scambiata, da sempre, per rifiuto ad entrare in relazione con il mondo. In realtà si trattava di una maschera, che indossavo per nascondere la mia profonda inquietudine. Il significato della parola inquietudine è “quiete in movimento”.

Senso, spesso travisato da un’apparente accezione negativa. Per me, si trattava di uno stato di perenne ricerca, frenata dalla convinzione di non poter uscire dai miei limiti. Imposti dalle barriere dell’educazione, intrisa di divieti e di paure. La scrittura rappresentava l’unica via di fuga. Un ponte sicuro. Per superare il fiume di ostacoli, frapposti tra la vita quotidiana, rinchiusa dentro la scatola asfittica della mia vita, e l’universo della fantasia. Nei tratti della calligrafia, morbidamente ondeggiante, un esperto sarebbe stato in grado di cogliere l’immenso desiderio di libertà che sentivo nel cuore.

Quel dannato 2020 era stato un anno controverso, a causa della pandemia. Contrassegnato da isolamento e depressione per la moltitudine. Per me, invece, così abituato a vivere appartato, non faceva alcuna differenza. Anzi: il silenzio forzato in cui era piombata la città, mi permetteva di pensare meglio.

La parola, scritta il mattino dell’ultimo giorno dell’anno, racchiudeva l’irrefrenabile volontà di cambiamento. Non potevano capirlo i miei due gatti, per i quali avevo riempito di crocchette diverse ciotole, allineate in cucina. Sapevo perfettamente quanto sono animali indipendenti. Terminato il cibo, se ne sarebbero andati a cercarlo altrove. Dimenticandosi di me.

Nessuno si sarebbe preoccupato della miaassenza. Perciò infilai le vecchie scarpe, dalla suola un po’ consumata. Comode a sufficienza per affrontare un lungo cammino. Indossai la giacca pesante, al cui interno, protetti in una tasca, avevo sistemato tutti i risparmi ritirati dalla banca.

“Non si sa mai…”, pensai. Leggero e, senza pensieri, uscii sulla strada deserta, lasciandomi alle spalle la casa e tutti i ricordi.

Camminai di buona lena per raggiungere il luogo del misfatto. Lo chiamavo così, sapendo che si trattava di una cosa davvero brutta. Purtroppo, non potevo farci niente. Tutto sembrava scritto, in modo definitivo, per me. La mamma, da piccolo, continuava a ripetermi che il mondo è pieno di gente cattiva. Guardando la televisione, me ne convinsi al punto tale da iniziare a progettare armi per conto mio.

Il Politecnico mi diede una mano… il resto lo fece la mia creatività. Con ottimi risultati: guadagnavo un sacco di soldi, standomene rintanato nel mio piccolo laboratorio sotto casa. Al sicuro. Protetto da tutto. Cosa volevo di più?

Il giorno del mio cinquantesimo compleanno, accesa la televisione, vidi il filmato in cui un bambino moriva per l’esplosione di una mina anti-uomo. Per la prima volta, mi resi conto che qualcosa non funzionava nel mio lavoro. Rimasi bloccato. Senza parole. Cosa avevo visto, fino ad allora, in quella scatola parlante? Quale orrore, aveva prodotto la mia mente? In realtà, il bambino saltato per aria ero io. Insieme a lui, scoppiarono tutte le mie convinzioni, precipitandomi in una crisi profonda.

Seguii il consiglio dello psicanalista, che mi prese in cura per diversi anni. Conservavo una pila di almanacchi, pieni di parole scritte, puntualmente, ogni mattina. Dovevano aiutarmi a ritrovare me stesso. In realtà, ciascuna mi fece comprendere d’essere stato, semplicemente, un vigliacco. Preso dalla paura del mondo e della vita. L’ultima parola scritta, era l’unica vera: volare… volare via da tutto per risolvere il dramma. La soluzione era molto semplice. Pianificai, fin nei minimi dettagli, il misfatto. L’angolo scelto si trovava nel fitto della boscaglia, in mezzo ai rovi.

Nessuno avrebbe sentito lo sparo. Il mio cadavere si sarebbe decomposto, scomparendo rapidamente nella terra umida. Ero pronto, con il dito sul grilletto, quando lo vidi spuntare davanti a me: bianco, brutto, un muso lunghissimo e il corpo tozzo. Mi puntò con due occhi neri, vivaci, e si mise ad abbaiare. “No…non è possibile!” esclamai, stupefatto. Per un istante, mi balenò l’idea di farlo fuori insieme a me. Avevo messo un secondo colpo in canna, per sicurezza, ma la voce femminile, in rapido avvicinamento, mi fece desistere.

“Tobia… Tobia…dove sei finito?” gridava la donna. Quel maledetto cane si era inchiodato davanti a me. Non mi mollava, con lo sguardo, continuando ad abbaiare. Ero in suo potere, purtroppo. Qualsiasi movimento mi sarebbe stato fatale. Rimasi immobile. Quando lei riuscì ad arrivare, facendosi largo in mezzo ai rovi, mi trovò con la pistola in mano e lo sguardo attonito sull’animale.

 

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