La grande onda (2 di 2)

Scritto da S.A.

 


 

Andrea l’aveva ascoltata attentamente, scrutandola, respirando a mala pena, dopo aveva distolto lo sguardo perdendolo nel vuoto, senza proferire parola si era passato una mano sulla barba alla maniera che piaceva tanto a Laura.

Aveva pianto insieme a lei, le aveva stretto le mani più forte che potesse, con le gocce saline che piovevano sulle nocche di entrambi, infilandosi tra le dita serrate. E poi c’era stato il libro, il fendente finale. Andrea lo aveva guardato, adagiato nei suoi palmi, come se fosse tutto ciò che gli rimaneva di quei mesi trascorsi con Laura, quei mesi in cui si era sentito inondato di un’insperata carica vitale, illuminato da un senso tutto nuovo da dare alle cose che lo circondavano. Quel fascicolo sbrindellato era adesso come una reliquia alla quale affidare le proprie preghiere disperate, o forse un feticcio impersonale che gli avrebbe ricordato ogni giorno quella conversazione indesiderata ma necessaria.

Laura, ancora ferma sotto gli alberi, immaginò di essere seduta accanto a lui, di guardarlo guidare, col mare che costeggiava la strada e faceva da sfondo alla plastica bellezza di quel profilo che, insieme alle piccole rughe affollate agli angoli degli zigomi, le toglieva il respiro. Pensò all’appartamento in cui si erano amati, all’odore delle lenzuola, ai prodotti da bagno mezzo consumati che raccontavano qualcosa di Andrea, dei suoi gesti quotidiani, del modo in cui sistemava i capelli o di come lavava i denti. Rivide la tavola alla quale avevano mangiato, la sottile tenda svolazzante sospinta dalla brezza marina, le mani di lui che si muovevano con disinvoltura in cucina, gli occhi che la fissavano compiaciuti.

Sentì di morire. Era consapevole che di lì a poco sarebbe dovuta andare di nuovo in scena, mantenendo un sorriso convincente e una buona energia per giocare e preparare la cena e magari porre delle domande interessate, e poi trovare la forza di ascoltarne le risposte, e continuare a reggere il gioco fino a che non fosse arrivato il meraviglioso momento di spegnere la luce e nascondere il viso sotto la coperta, concedendosi una lacrima che avrebbe inumidito il guanciale e potendo finalmente ammettere all’oscurità il senso di solitudine che ora la dilaniava.

Andrea percorse il suo tragitto col volto inespressivo,  dicendosi che quella non era la fine, che le parole che si erano sussurrati mentre erano avvinghiati non erano state dette per riempire i silenzi, che lui le pensava e ci credeva e avrebbe voluto potergliele ripetere adesso e per tutta la notte, e ancora ogni giorno per tutta la vita. Non si sarebbe dato per vinto, avrebbe aspettato, avrebbe letto e riletto quel romanzo rintracciando pezzi di lei e di loro fra le righe, nelle immagini, fino a che non avesse potuto dirle quanto gli era piaciuto.

Laura rientrò a casa, il suo bambino le corse incontro e le abbracciò le ginocchia. Lei con una mano gli carezzò la testa, ma in un istante alzò lo sguardo verso la parete che le stava davanti: La grande onda di Kanagawa irrompeva nel pallore della sala con il suo blu frizzante e inarrestabile. Con lo stesso impeto Andrea era entrato nella sua vita, investendola di vibrante vitalità, scuotendola e trascinandola, togliendole il fiato tanto da farle bruciare i polmoni, scapigliandola, aderendo alla sua carne come il sale che si annida tra la peluria.

Per un attimo Laura desiderò che la marea la travolgesse e spazzasse via tutto, inghiottendo oggetti, mobili, fotografie, persone, storie. Ma poi pensò che non lo voleva. Perché il mare è così, va avanti e indietro al suono ritmico della risacca, dà e toglie, luccica d’oro al bagliore del sole o si gonfia di nero tormento nella tempesta. Il bello sta proprio nella sua volubilità e vale la pena poter restare a guardarlo – non si sa mai cosa restituirà alla battigia. 

 

Proprietà intellettuale di Stella Amato

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