La storia di Artemio (3 di 3)

Scritto da Valentino De Bernardis

 


 

“La rappresaglia del 12 dicembre è stata dovuta. Ne abbiamo uccisi una cinquantina di loro, anche se i giornali dicono che non hanno avuto morti. Lo andassero a raccontare al cimitero.” racconta soddisfatto il piemontese.

“E’ stata una buona azione. Non potevate non farla.” si complimenta Primo per la buona riuscita.

“E’ il motivo per cui siamo qui. Abbiamo avuto dei contatti diretti con gli Alleati.” l’aria è spezzata dalla notizia tanto attesa quanto indesiderata. Dalla finestra si vedono scendere le prime gocce di pioggia mista a neve.

“Finalmente hanno deciso di sferrare l’attacco finale? Da quando hanno preso Roma a giugno ci hanno lasciato in balia dei tedeschi, senza armi o altro tipo di sostegno concreto. Si sono completamente dimenticati del fronte italiano.”

“L’ho fatto presente, ma mi han detto che dobbiamo fare la nostra parte da qui. Vogliono che facciamo una insurrezione popolare dal basso per poter attaccare.”

“E con quali uomini? Lo dicevo che neppure di loro c’è da fidarsi! Ci trattano come carne da macello, non vogliono sprecare le loro vite per noi.” a ventidue anni il partigiano Spina ignora che questo è il destino spettante alla gente onesta, in qualsiasi latitudine del mondo, in qualsiasi circostanza della vita, figurarsi durante una guerra in cui si ha l’astruso inquadramento di sconfitti-cobelligeranti. Perdenti anche in caso di vittoria, perdenti per la vita.

“Hanno chiesto un’azione eclatante qui a Milano. Potete decidere voi come e quando, ma deve essere qualcosa che spezzi il morale di chi è al fronte. Un’azione propagandistica da poter rivendere, per dare un segnale della nostra presenza.”

“Fuori discussione. Né parlerò con il Comando centrale, ma vi posso anticipare che farò di tutto per evitare un errore come via Rasella a Roma. Ad agosto ci siamo giocati l’unica carta disponibile con l’azione di viale Abbruzzi e cosa abbiamo ottenuto? Nessun tedesco morto e quindici dei nostri trucidati ed esposti agli occhi delle madri in piazzale Loreto.” la guerra è capace di far crescere in fretta le persone. Bambini subito ragazzi, ragazzi subito uomini, uomini subito anziani. Tutti assieme subito cenere.

“Questa volta il fallimento non è contemplato.” chi ordina agli ultimi di andare a morire non contempla mai la sconfitta, eppure sul campo di battaglia rimangono i morti a raccontare alla storia il loro fallimento.

“Tu sei italiano o inglese?” controbatte Primo “In caso di successo quanti milanesi condanniamo a morte? I tedeschi sarebbero in grado di fucilare tutto San Vittore senza guardare in faccia a nessuno!”

“Non vi sono chiesti commenti. Dovete solamente riferire le direttive ai vostri superiori, cosi come noi abbiamo fatto con voi e lasciare che siano loro a decidere.” ricorda a tutti il secondo ragazzo piemontese che non aveva detto una parola fino a questo momento.

Artemio vorrebbe non aver sentito. Il piemontese di cui non ricorda il nome ha ragione. Il suo dovere è riferire il messaggio e lasciar decidere al Comando centrale, non pensando alle conseguenze. Il divieto a commentare non si può estendere alla mente, e nonostante la giovane età Artemio è stufo di correre la volata alla morte. Il pensiero torna al padre ucciso durante un rastrellamento nazista, a sua madre con cui non può entrare in contatto per non mettere entrambi in pericolo, alle sue due sorelle portate via ad agosto dalla banda Koch e mai uscite da quella maledetta Villa Triste. Contribuire alla morte di trenta-quaranta tedeschi avrebbe voluto dire autorizzare i tedeschi a sparare alla nuca a tanti altri italiani se non di più, distruggere decine e decine di famiglie dall’oggi al domani. Può essere questo un prezzo accettabile per una aleatoria vittoria finale?

“Roma che dice?” Artemio prova a trovare un appiglio per poter prendere tempo, per non fare involontariamente del male alla sua città.

“Roma non parla. Roma ha smesso di parlare. Parlano gli inglesi e gli americani.” il compagno piemontese mette in chiaro un dato di fatto che nessuno vuole ammettere. Dagli spifferi della finestra chiusa continua ad entrare il freddo gelido. Ora dal cielo scende solo pioggia. Ci si appresta a vivere il quinto natale di guerra, il secondo di resistenza, forse il prossimo sarà di pace, ma dopo l’8 settembre nessuno osa più dirlo ad alta voce. La voglia di casa è tanta anche se non ci sarà più il latte caldo della sera prima di coricarsi.

“Bisogna rispettare gli impegni presi. Va bene, riferirò il messaggio senza influenzare la decisione finale.” cede Artemio.

La guerra è persa.

 

Proprietà intellettuale di Valentino De Bernardis

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