Emilia (2 di 3)

Scritto da Veronica Paladini

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Quella serata finì comunque bene, ma l’irritazione del capo non tardò a farsi presente in ufficio. Le settimane successive Emilia tornava a casa dopo almeno un’ora e venti di ritardo. Quel ritardo che al suo capo piaceva chiamare “extra lavorativo” con l’aggiunta di un occhiolino per sottolineare che ciò che serve si fatica a produrre. Anche i conti, soprattutto i conti. I giorni proseguirono tutti uguali e il riposo diventò un lontano ricordo. Una mattina, durante la pausa caffè, la sua collega più simpatica le propose di fare un aperitivo per staccare dallo stress del periodo.

“Non posso, il capo mi tiene stretta”; borbottò nervosa.

“Emi, te la sei cercata alla cena!”; la biasimò prontamente come se esprimere un’opinione personale fosse reato.

“Il confronto è cosa da asilo qui, l’ho sempre intuito”; i capelli rossi quella mattina le splendevano luminosi ma erano preda delle mani della proprietaria che non smetteva di acchiapparli e di toccarli con nervosismo e ansia. Non c’era modo di farla smettere.
“Hai ragione, era una tua personale idea su come passare il tempo libero, ma il capo è nuovo. Non ti conosce! L’avrà presa come una provocazione o un’offesa. Parlaci, chiarisci, tu sei in gamba”; finì col dire cose sensate. Emi sorrise speranzosa e con caffeina appena ingerita tornò alla sua scrivania.

Sentiva i genitori molto raramente, quando accadeva, sentiva bruciore allo stomaco o le veniva la nausea. Le mancava l’aria di montagna. Le mancava la polenta e l’arrosto di suo padre. Non c’era nient’altro in fondo che poteva far risorgere in lei vecchi ricordi. La monotonia della città appiattiva i sentimenti e alleggeriva le riflessioni. La città, a dire il vero, le ignorava le riflessioni. Il continuo movimento, le strade piene, i bar con tutti quei baristi e i centri commerciali aperti pure di domenica, erano ottimi strumenti per riprendere una vita normale e lasciare andare cose meno piacevoli e inutili al presente.

Ed ecco che alla sera della pasta con il pesto ci arrivò piena di rabbia, ma anche travolta da una voglia misteriosa di lasciar correre. Lasciar correre rammarico e frustrazione, pensieri e sensi di colpa. Si inghiottì di pesto, rovesciò tutto il barattolo dentro la padella e mangiò il piatto in pochi minuti. Quella sera aveva scelto quel modo di vedere le cose, quel modo di mangiare, quel modo di bere il vino. Veloce, ma leale. Se lo ripeteva sempre “sii tutto, ma non smettere di essere leale”.

Si riposò fino alla mattina.

A lavoro, stessa routine, pensava. Stessa corsa in metro, stesso pranzo veloce, nemmeno il tempo di respirare un po’; d’aria del parco vicino che non era il massimo ma era pur sempre un parco. Certo era che quando ci andava per fare una corsetta si lamentava per non aver apprezzato l’aria pulita e incontaminata della sua amata montagna. Tra questi viaggi mentali quanto d’immaginazione senza tempo, le colpì il fatto che il suo capo bussò al suo ufficio chiedendole di poter parlare.

“Ciao Emi, finite le ultime pratiche?”; cominciò, questa prima domanda era un riscaldamento.

“Quasi, la scadenza è entro domani”; rispose la contabile più prestigiosa dell’azienda.

“Bene, aggiornami alla fine del tuo lavoro”; disse, poi sospirò. I sospiri sono sempre una preparazione a frasi importanti, sia nel bene che nel male. Per importanti non si intende per forza di grande valore ma bastano a lasciare un’impronta. Ciò dipende da come vengono gestite dall’interlocutore. Non è il contenuto in sé, ma il messaggio che porta e come lo si fa arrivare.

“Stasera vieni da me a cena, voglio darti una buona notizia davanti ad un bel pesce arrosto e un calice di vino. Ovviamente se ti va”. L’ultima frase era palese fosse esclusivamente strumentale ai fini del discorso. Come a dire “se ti va eh, ma se non vieni non sai che ti perdi”.

Odiosi capi, pensò Emilia, tra la dubbiosa e la infastidita. I precedenti capi erano state donne sulla sessantina. L’ultimo, quello che aveva davanti ora, aveva la metà della media. E dieci in meno rispetto a lei. Il che rendeva tutto imbarazzante. Cene tra capo e dipendente era un evento famoso da quelle parti, tra quelle professioni, ma non era convinta di andarci.

“Ci penserò capo, sono stanca ultimamente. La sera a casa posso finalmente chiudere gli occhi e godere del mio meritato riposo”; schietta ma leale. Mai dimenticare questa promessa!

La conversazione finì per distrarla per il resto della giornata lavorativa.

Emilia tornò a casa prima quel giorno, si riposò gli occhi stanchi da maniaca del computer e bevve tre spremute una dietro l’altra. Non passò molto tempo e arrivò una chiamata al suo cellulare, che però vide mezz’ora dopo.
Richiamò.
“Ciao Emilia, scusami, ho avuto un problema con mia nonna. Sta male, vado a farle visita. Non ti prometto che ce la faccio”; il capo era in ansia, ma un’ansia misurata tipica di chi sta ai piani alti. Quella tipica di chi nasconde l’invasione barbarica delle emozioni.

“Va bene, non preoccuparti”;. Dall’altra parte silenzio, somigliava ad una mancata azione per paura di una reazione. Una mancata azione piena di aspettative non rivelate.

“Allora…”

“Vieni tu da me, ti scrivo l’indirizzo. Cucino io”. Propose Emilia.

“Ma se faccio tardi?”; formulò la domanda talmente velocemente da sembrare rassicurato. La tipica fretta di chi dice o fa cose che ritiene scontate. Uno scontato premuroso.

“Preparo io, almeno risparmi tempo. Ma darai una mano coi piatti”; Emilia rise, innocuamente, ma rise.

Le successive ore decise di viverle come al solito; tra una pulita e l’altra e una pausa aggiunta ad un’altra. Nel suo appartamento c’erano fotografie dappertutto e tutte con un unico denominatore comune: la montagna. Emilia aveva scelto di metterle parecchio in evidenza per riempire la sua parte più profonda di momenti belli nonostante i momenti brutti. Servivano per rassicurarla che se anche la vita non le aveva dato tutto, o meglio, le aveva tolto qualcosa, era comunque stata fortunata a vivere certi momenti con persone speciali. Così, quando ci passava davanti, sorrideva ad ognuna di loro.

Un sorriso a volte leale, a volte falsato dalla voglia di esserlo.

Ma non lo avrebbe mai ammesso a sé stessa, perché quella era una promessa.

 

Proprietà intellettuale di Veronica Paladini

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