Mi sono interrogata a lungo sul senso che avrebbe avuto scrivere di questo romanzo, perché molto è stato scritto, commentato, discusso. Poi ho riconosciuto l’importanza che questo autore ha avuto per me nel tempo, e quanto io mi sia nuovamente innamorata della sua scrittura, della sua magnifica capacità di trattare tutte le facce dell’umano, e allora ho deciso che, almeno per me, avrà sempre senso riflettere su qualcosa che mi affascina così tanto, e probabilmente avrà sempre senso parlare di Ian McEwan, ancora e ancora. Perché, in fondo, un libro non racconta anche la storia di chi lo sta leggendo? Io sono convinta di sì.
È altrettanto viva la difficoltà che si presenta davanti alla sfida di dover raccontare un romanzo di questa portata, perché Quello che possiamo sapere è un contenitore di complessità, dove, per dirne una, il confine tra realtà e invenzione è costantemente labile, come sottolinea l’ironica nota dell’autore posta sul finale del volume:
I lettori eventualmente interessati sono pregati di tener presente che nulla che abbia a che fare con questo romanzo è sepolto da nessuna parte.
Allora è necessario fare un passo indietro, per capire, ed è fondamentale – in un tempo dove anche la lettura è diventata un’esperienza esibizionista – soffermarsi a comprendere gli strati che costruiscono questo libro. Siamo in un mondo distopico, è il 2191, e il protagonista Thomas Metcalfe, professore e ricercatore universitario, è alla ricerca di Una corona per Vivien, il componimento perduto del famoso poeta Francis Blundy. Molti prima di lui hanno tentato l’impresa, senza alcun successo. L’unica copia della poesia, infatti, era stata donata dallo stesso scrittore alla moglie Vivien, che ne è la protagonista indiscussa, e nessuno, da allora, è mai riuscito a scoprire quale fine abbia fatto questo unicum.
Nella ricerca, ormai disperata, della preziosa opera, vediamo la vita di Thomas scorrere: l’amore per l’intelligentissima Rose, gli interrogativi continui sul materiale a disposizione, lo scambio di mail con il proprietario della biblioteca Bodleiana, il suo goffo assistente, la crisi individuale (e poi di coppia) causata da un costante e ossessivo confronto con il passato.
Un confronto che logora Thomas da dentro, per non parlare dell’inesorabile crisi degli studi umanistici e della letteratura che sta colpendo l’università. Quello in cui vive Thomas, infatti, è un vero proprio mondo in procinto di autodistruggersi, motivo per cui tutte le risorse di ricerca sono perlopiù messe a disposizione della scienza, affinché possa salvare il momento storico di cui il lettore diventa tragicamente testimone. Perché McEwan è maestro indiscusso nel mostrare sulla pagina ciò che ci aspetta. Nel libro, infatti, la denunciata crisi climatica ha due nomi, entrambi chiari presagi dell’imminente epilogo dell’uomo: «Grande disastro», «Inondazione».
Improvvisamente tutto cambia, e ci si ritrova nella seconda parte del romanzo, nel 2014, proprio durante gli anni del circolo intellettuale di Francis Blundy: qui la protagonista indiscussa diventa Vivien, che finalmente ci narra la sua vita in prima persona, in un romanzo che sembra trasformarsi, a tratti, in un vero e proprio giallo. E allora il lettore scopre la tragica verità di Vivien, il suo ruolo nella storia. Il suo istantaneo amore per Blundy, il primo matrimonio con il dolce liutaio Percy, i sacrifici, le colpe, i tradimenti, i rimorsi, la malattia, la morte, la natura che è sempre protagonista insieme a lei. La potenza indiscussa della letteratura che arde talmente forte, durante il romanzo, da commuovere.
Non so se sono davvero riuscita a riassumere l’ennesimo capolavoro di uno dei miei scrittori del cuore, non so neanche se il mio intento fosse davvero questo: è veramente possibile sintetizzare McEwan? Spero, tuttavia, di essere almeno riuscita a comunicare quanto questo libro e questo autore siano necessari, per porsi domande: su di noi, sul passato, sul presente, sulla natura, sull’amore, sulla morte. Insomma, sulla vita tutta. La letteratura, in fondo, non è esattamente questo che dovrebbe fare?
Recensione di Maria De Gennaro
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Ian McEwan, Quello che possiamo sapere, Einaudi, Torino, 2025
Edizione originale: What We Can Know, Jonathan Cape, London, 2025



