Irene Solà, scrittrice e artista catalana, firma con L’argine un esordio che, pur essendo già datato – l’originale catalano risale infatti al 2017 – giunge in Italia con un fascino sorprendentemente intatto e originale.
In questo romanzo nulla è lineare: la storia prende vita da piccoli e intimi episodi, un mosaico di narrazioni e racconti intrecciati, in cui la scrittura stessa diventa il filo che ricuce personaggi, vecchi amori, famiglie stravaganti, luoghi e ricordi. Al centro del romanzo c’è Ada, tornata nel paesino natale immaginario di Sorrabonica dopo alcuni anni trascorsi a Londra. Un rientro che non è solo geografico, ma esistenziale: Ada desidera «mettersi a scrivere» e raccontare il piccolo universo rurale da cui proviene, le tradizioni familiari, gli amici, le superstizioni e le figure che sembrano uscite tanto dalla memoria della protagonista quanto dalla sua immaginazione di scrittrice.
La forza de L’argine sta proprio in questa intrecciata alternanza tra realtà e finzione. I racconti che Ada costruisce – dalla faina che si nasconde sui tetti alle storie dei pesci- siluro del pantano, dalla mucca Samantha alle bizzarre conoscenze di Roser – non sono solo meri aneddoti materni, ma elementi di un universo narrativo che si ritrova e si perde, che si scopre e si annoda di nuovo attorno alle persone che lo popolano.
Solà non si affida a una trama rigida o a una struttura convenzionale: piuttosto, costruisce una lingua fatata che indaga, esplora e si lascia trascinare dal piacere di narrare ciò che c’è e ciò che non c’è, fino a ciò che vorremmo ci fosse. Realismo magico? Per me l’autrice ci si avvicina molto, e a volte sembra che sia Márquez a popolare la pagina: la scrittura di Solà è capace di dare voce al racconto quotidiano e al folklore con la stessa intensità. Anche la linea temporale del romanzo non procede mai retta, ma si snoda in flash continui di ricordi e visioni: il passato rievocato si mescola al presente, la scrittura di Ada si riflette nella narrazione complessiva, e ogni personaggio sembra essere insieme protagonista e spettatore della propria vicenda. Un caos strabiliante in cui perdersi. La stessa Ada intreccia la sua storia con quella dell’autrice Solà, creando una nuova connessione con la realtà. La sensazione che ne deriva è quella di un eterno ritorno del tempo, di una bolla in cui fantasia e memoria si rincorrono senza mai perdersi, dove tutto galleggia. Se a volte la molteplicità di episodi e digressioni può dare l’impressione di una narrazione che – per dirla alla Sorrentino – si “disunisce”, è proprio questa struttura a rendere L’argine un romanzo di rara complessità: un testo che non racconta solo una storia, ma un modo di guardare e raccontare il mondo.
Alla base di tutto, c’è la capacità di Solà di farci sentire vicini ai personaggi – alle loro scelte, ai loro affetti, alle loro piccole malinconie – e di mostrare come la scrittura possa diventare lo specchio di un intero universo familiare e umano, fatto di relazioni che sembrano semplici ma che, nella loro spontaneità, contengono un’intera geografia di significati. Lo riassume perfettamente una delle mie frasi preferite del romanzo:
E non eri tu l’inizio, né eri la fine. Eri lo sguardo, tu, ragazzino. Lo sguardo, sotto il quale esistono tutte le cose. L’argine incanta non per effetti spettacolari, ma per la sua poetica della quotidianità, per l’attenzione al linguaggio e per la sensibilità incantata con cui osserva il procedere delle vite umane, rendendo ogni piccola avventura narrativamente straordinaria.
Recensione di Maria De Gennaro
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Irene Solà, L’argine, Mondadori, Milano, 2025
Edizione originale: Els dics, Barcelona, L’Altra editorial, 2018



