L’esclusa

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Molti non lo sanno, ma L’esclusa di Luigi Pirandello rappresenta il primo vero romanzo dell’autore agrigentino. Il mio consiglio è di avvicinarvi a questo libro dimenticando l’esistenzialismo di Adriano Meis o la crisi identitaria di Vitangelo Moscarda, e di non aspettarvi nulla. Perché la verità è che questo titolo si distanzia da tutta la narrativa pirandelliana, per un motivo molto semplice: la sua protagonista. Una protagonista femminile completamente anticonvenzionale, più forte di qualsiasi altra figura ritratta nelle pagine del romanzo, tanto fragile quanto autoritaria ed emancipata – nei limiti dell’emancipazione che può offrire la Sicilia di fine Ottocento –, alla continua e disperata ricerca della propria libertà e di quella della sua famiglia.

Il titolo riflette perfettamente la vicenda narrata, che si apre con l’emarginazione di Marta da parte del marito Rocco e, subito dopo, del padre Francesco Ajala, entrambi convinti – senza alcuna prova – che la donna abbia commesso adulterio. Il paradosso, tipicamente pirandelliano, sta nel fatto che Marta viene riaccolta prima dal marito e poi dalla comunità siciliana solo quando l’adulterio lo ha commesso davvero.

Gli elementi pirandelliani ci sono tutti: la crisi dell’identità, il ridicolo, le maschere, la critica alla borghesia, la violenza patriarcale, l’ateismo puro, la Sicilia in tutte le sue forme e tradizioni. Tuttavia, come si accennava, questo romanzo riesce ad andare oltre, mostrando ai lettori un altro volto dell’autore. Un volto inedito – forse ancora troppo poco conosciuto dal pubblico e dalla critica – ma assolutamente affascinante, capace di uno sguardo sorprendentemente empatico e moderno.

Tra gli elementi di modernità che contribuiscono a dare forma a questo romanzo e che lo distanziano dalla tipica retorica pirandelliana ce n’è uno, più di tutti, che mi ha colpito particolarmente: la sorellanza dei personaggi femminili. È un elemento che sorprende, perché non te lo aspetti, e non ti aspetti che una penna maschile riesca a descriverlo con una tale profondità. Quella che unisce Marta alla madre Agata, alla sorella Maria e all’amica di famiglia Anna Veronica, peraltro, non è una sorellanza nata per appartenenza o per sangue, ma per necessità. Pirandello ritrae un legame maturato nel dolore della perdita, nella solitudine dell’esclusione, nella miseria del populismo. Una vicinanza che supera perfino la distanza generazionale e di temperamento che inevitabilmente si riflette nel rapporto di Marta con la madre Agata, riassunto dall’autore in una delle scene più autentiche del romanzo:

Marta assisteva la sera a quel lavoro amoroso della madre e dell’amica; e spesso, fissando quelle fasce, quelle carnicine, quei corpettini, quelle cuffiette nel canestro, gli occhi se le s’infoscavano o le si riempivano di lagrime silenziose.

Come non riflettersi nelle lacrime silenziose di Marta? Nel muro che la separa da una generazione di donne che sente ormai superata? Come non difendere, alla stessa maniera di Anna Veronica, il suo grido di libertà?

Io lodo Marta e l’ammiro! Perché entro nella coscienza di quella povera figliuola e, se ci vedo un rimorso per gli altri che penano per lei ingiustamente, non ci trovo però né macchia né peccato davanti a Dio! Ci trovo il bruciore per le offese, per gli oltraggi patiti, ci sento un grido: «Ora basta!»

E forse Marta non rappresenta proprio una critica e una riscrittura della famiglia siciliana e delle sue leggi morali? L’autore, ancora giovanissimo, non utilizza forse la sua protagonista per scardinare con umorismo le norme tradizionali e le convenzioni sociali? Per mettere in ridicolo l’ipocrisia della società, la violenza maschile e la grottesca difficoltà del riscatto? Io voglio credere di sì.

Resta comunque sulla pagina la potente empatia che Pirandello stesso stabilisce con Marta Ajala, innalzando la sua protagonista a modello da seguire non solo per le figure femminili, ma per l’intera comunità che la circonda.

Tutto ciò si alterna a momenti in cui il romanzo è essenzialmente e completamente umoristico, caratteristica che il narratore rivendica come l’elemento più originale del suo lavoro:

Qui ogni volontà è esclusa, pur essendo lasciata ai personaggi la piena illusione ch’essi agiscano volontariamente; mentre una legge odiosa li guida e li trascina, occulta e inesorabile.

Un classico antitempo dell’Ottocento italiano, un libro diverso, ma capace di far ripensare Pirandello. E questo, per me, basta a consigliarne la lettura.

 

Recensione di Maria De Gennaro

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Luigi Pirandello, L’esclusa, Mondadori, Milano, 2001 (prima edizione Fratelli Treves, Milano, 1908). 

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