Le quattro ragazze Wieselberger

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La fuga. I matrimoni forzati e necessari. La sorellanza persa nel dolore. La musica che cura. Le marmoree norme borghesi. Il filo misterioso che lega una vita a più luoghi e a nessuno. Trieste, Italia ed Egitto. Le disillusioni. L’inesorabilità della storia. Le grandi guerre. Essere donne nel ventesimo secolo.

Questi i centri luminosi intorno ai quali si avvolge Le quattro ragazze Wieselberger, memoir commovente e racconto crudelmente sincero, che riprende tutti i leitmotiv della narrativa cialentiana. Vincitore del premio Strega nel 1976, questo libro narra le vicende personali dell’autrice attraverso le voci delle zie Alice, Alba, Adele ed Elsa, i quattro punti cardinali di una bussola che sembra essersi rotta, quella della Storia.

Il panorama iniziale è rappresentato dalla Trieste asburgica di fine Ottocento, città in forte crisi identitaria, assediata dall’irredentismo e crocevia di lingue, tradizioni e illusioni. Qui, tra il vento di una bora troppo forte e una casa della buona società triestina, si muovono i tragici destini delle quattro sorelle Wieselberger, su cui si riflette l’inquietudine di un’epoca e di una famiglia sull’orlo della disgregazione. Un orlo su cui Cialente cammina magistralmente in punta di piedi, testimone attenta ma mai protagonista, che prosegue la narrazione fino al “dolce vivere” degli anni trascorsi ad Alessandria d’Egitto.

Ma più che per il suo essere un’impeccabile cronachista di eventi, Cialente colpisce per la potenza del suo ricordo. La scrittura dell’autrice ha qualcosa delle partiture musicali tanto amate dal nonno materno: attraverso la memoria compone e ricompone figure di donne, sé stessa compresa, costrette ad una vita di silenziosa resistenza. In particolare, quasi a creare uno spartito perfetto, Cialente rievoca la storia della madre Elsa – e, quindi, della sua famiglia d’origine. Attraverso il calcolato rischio di narrare prima in terza e poi in prima persona, l’autrice riporta in vita una madre già sconfitta dalla crudeltà delle coincidenze. Mi sono chiesta se non sia questo, forse, l’atto d’amore più forte di una figlia verso la propria madre: salvarla attraverso il racconto, colmando con la scrittura parole, lacrime e gesti trattenuti. Elsa – silenziosa,
sacrificata, nomade per necessità del marito – trova la propria “stanza tutta per sé” nelle parole della figlia Fausta.

L’ultima scena fotografa quattro generazioni di donne: siamo in una spiaggia di Kuwait, luogo simbolico dove finalmente si arresta la fuga dell’autrice. È infatti proprio Cialente a guardare la figlia e le due nipoti correre verso il mare, mentre si sente sorvegliata dallo sguardo della madre ormai scomparsa. Una catena tutta al femminile, dove si fondono identità, dolore, passato e futuro. Cialente ci insegna il potere della memoria nel riscrivere la propria storia, e che per cambiarla non è mai troppo tardi.

 

Recensione di Maria De Gennaro

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 Fausta Cialente, Le quattro ragazze di Wieselberger,Milano, Baldini+Castoldi, 2018 (prima edizione Mondadori, 1976)

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