Emilia (1 di 3)

Scritto da Veronica Paladini

_____________________________________________________________________________________________________

Non lo sapeva ancora ma avrebbe scoperto di averlo nella stessa città due settimane dopo. Emilia era una donna aperta su certe questioni, tremendamente chiusa su altre. Aveva vissuto in montagna per oltre trent’anni eppure quando era in città sembrava rinascere. Ricordava con gioia e sincera nostalgia quel periodo di vita tra monti e alberoni. Sorrideva davanti alle foto di famiglia. Famiglia sì, quella che tanto desiderava avere adesso. Ma non aveva. Lo aveva deciso lei, aveva diretto le sue energie altrove. Senza accorgersi delle conseguenze. Certo era che le conseguenze non possono essere previste, altrimenti non si chiamerebbero tali. Lei però era predisposta ad intuirle, a gestirle, a programmarle: astuta, ma leale. 

Un giorno partì senza troppi ma, e andò in città. 

La città era diversa, enorme, piena di voci e volti. La solitudine si conosce poco lì, forse per niente. L’uomo, arrivato ad un certo punto della sua evoluzione, pensò di creare le città per paura che il vuoto potesse rovinare tutto.

Il vuoto emotivo, per primo.

Poi quello dello spazio.

Il vuoto emotivo era fatto di negatività repressa e di disagio rigettato da dove, ogni volta, si faceva strada. Era come rimandare una bomba al suo interno e immobilizzarla. Avviare il tasto back del telecomando, o appunto, riguardare vecchie foto.

Il vuoto fisico era l’esatta conseguenza di quello emotivo: spazio vuoto attorno senza nessuno da contorno, ma nemmeno da fulcro. Quel fulcro che tiene in piedi le famiglie, che fa colonna portante e mantiene insieme le persone. Emilia stava vivendo questi stati d’animo, era abituata ad essi. Quello che stava vivendo quella domenica pomeriggio era un momento di forte nostalgia. Rimase a fissare quelle fotografie, quegli occhi e quei volti. 

Le ore passarono e non diedero l’avviso. 

Poi tornò al presente e fu grata ai clacson fuori per averla risvegliata. 

Cucinò pasta al pesto, altro non aveva. Amava tagliare i pomodorini ciliegini a piccoli pezzi e aggiungerli all’aglio e alle noci. Infine, metteva tutto insieme al pesto, e lasciava che ogni ingrediente prendesse il giusto sapore. Era brava a cucinare, questo se lo diceva spesso tra sé e sé.  Il piatto era buono e lo accompagnò con del vino rosso pugliese. Era una regione lontana da dove viveva ora lei, ma sempre immersa nei panorami terroni. Amava sentirsi del sud, nonostante il suo sangue avesse una biologia nordica. E per sangue si intende pure i caratteri somatici e le peculiarità d’atteggiamento che non mancavano di stranezze. Pure questo lo sapeva, e di tanto in tanto, se lo diceva tra sé e sé.

Non guardò la televisione quella sera, smise subito di pensare a fare qualche altra cosa, si dedicò al riposo. Per lei il riposo era reale solo se privo di stimoli esterni. Niente tv, niente social, niente WhatsApp, niente film, niente piatti da lavare. Praticamente, il nulla. 

Lo stop assoluto. 

“Non capisco la gente che riposa quando vede un film o mentre sistema casa” osò dire qualche mese prima al suo capo durante una cena tra colleghi. Per la precisione, la sua era un’azienda di marketing. Rigettavano in modo assiduo ogni forma di distacco dalla realtà. Ogni distanza dal sociale e dalla quotidianità era pericolo, era errore. Era motivo di fallimento economico. 

“Tu sei davvero strana, Emi” risero i colleghi mentre il capo la fissava senza dire niente.

“Capo, dica pure” rincarò la dose lei, astuta ed ironica allo stesso momento. Può non essere chiaro il riferimento all’astuzia ironica ma Emi, dal canto suo, ne faceva spesso uso. L’ironia se ben usata riesce a dire ciò che il normale tono di voce, in normali situazioni, apparirebbe quasi sconvolgente. O ancora peggio, scandaloso.

“Le idee per proporre prodotti per il tempo libero nascono proprio dal modo in cui si usa il tempo stesso. Il riposo è buono solo se parziale. Chi fa il nostro lavoro, e tu lo fai, ne sa molto a tal proposito!” disse con altrettanta astuta ironia concludendo con un’alzata di calice di vino bianco (pugliese anche quello). 

“Sono solo l’addetta ai conti, non la creatrice dei prodotti. Quella è roba per artisti, io tendo alla logica”. Le sue parole passarono nelle sinapsi di tutti i presenti, lasciandoli senza fiato. Qualche coraggioso annuì, altri neppure quello. 

E il capo? Cosa fece il capo a quel punto? 

La guardò irritato.

 

Proprietà intellettuale di Veronica Paladini

É vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
É vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall´autore.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *