L’ospite regale

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“VENERDÌ RE-VERSO

“[…] l’infinita profondità del sogno dietro le stelle.”

 

Senza fare dell’esoterismo, bisogna dire che ogni tanto le coincidenze che ci legano ai libri hanno un che di oracolare, come quando il riproduttore casuale fa partire proprio la canzone a cui stavi pensando. E noi ultimamente stiamo pensando molto ai sogni. La classificheremo come suggestione oppure sceglieremo di credere a quel po’ di magia che rende sopportabile lo stare al mondo? Vada per la magia.

L’ospite regale è un’opera scritta nel 1908 dal futuro premio Nobel del 1917: vi si narra un incontro surreale, una figura luciferina appare nella notte a una giovane (e felice) coppia di sposi sotto forma di ospite inatteso. Tra sospetto e reticenze si imbandisce una cena carnevalesca, al termine della quale il non-invitato lascia la casa, sparendo nel buio, così come era comparso. Egli non dice né compie nulla di veramente straordinario eppure la quiete che abitava i cuori dei due coniugi è persa per sempre.

Si badi bene: la quiete. È quasi più facile immaginare che una felicità venga distrutta, anzi meglio: di una tale distruzione è più facile immaginare le conseguenze. Ma poiché tutto avviene come in un folle sogno, ciò che consegue da questa apparizione è qualcosa di più subdolo, più ineffabile. Strana l’inquietudine che possono emanare frasi innocue, costruite con elegante chiarezza, come a indicare un’evidenza, una trasparenza. Tuttavia è nell’ombra che fioriscono i significati e lì rimangono anche quando torna la luce.

Leggendo queste pagine si ha la sensazione che qualcosa di impercettibile stia scricchiolando. Quel qualcosa potrebbero essere le convinzioni borghesi, le più pervicaci illusioni, oppure – questa l’ipotesi che ci affascina di più – l’idea che l’uomo possa in qualche modo galleggiare sulla superficie per sempre, beandosi della luce del sole, senza mai rivolgere lo sguardo all’abisso sottostante. Ancora più seducente, il sentore che questa profondità misteriosa nasconda nell’inquietudine ciò che di più vivo c’è nella vita – come se l’incertezza conferisse ai nostri passi più attenzione, una vista più acuta, un sentire più intenso e più vero.

O forse queste sono solo le seduzioni di un vecchio satiro gioviale che instilla il dubbio per un divertimento un po’ perverso, lanciando per la casa pezzetti di caos come fossero coriandoli.

Mentre se ne stava lì, avvolto nella tempesta, gli rinascevano nell’animo sensazioni solenni che commuovevano il cuore e rendevano fecondi i pensieri. Ed è così che la raffinatezza psicologica di Pontoppidan suggestiona il lettore come un pungolo, facendo riverberare nel suo animo il luccichio (maligno? o vitale?) di quei sogni lasciati inespressi, di quei desideri sommersi che ci intimorisce scoprire lì sotto, nel profondo.

 

Recensione di Delis 

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Henrik Pontoppidan, L’ospite regale, Iperborea, Milano, 2026

Edizione originale: Den Kongelige Gæst, Copenaghen, 1908

 

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