Sono il re del castello

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“VENERDÌ RE-VERSO

“C’era qualcosa di spiacevole in quell’attesa, era come se tutto intorno a lui stesse per esplodere.”

 

Chi scrive questa recensione nutre una (insana?) passione per le storie che parlano della cattiveria dei bambini. Uno dei migliori romanzi sul tema (sorvolando su Golding) è “Niente” di Janne Teller: consigliamo. Intendiamoci, la nostra non è una curiosità morbosa, si tratta piuttosto di sviscerare quella parte del sé che poi subisce un inevitabile condizionamento da parte dell’educazione, della famiglia, del consorzio cosiddetto civile. Forse “cattiveria” non è il termine giusto, “spietatezza” è sicuramente più accurato.

Nelle pagine di Hill la psicologia è sottile e mai didascalica, la costruzione della tensione lenta e inesorabile. L’attualità: disarmante.

Ci sono un padre e un figlio, ricchi ma decadenti (o decaduti), in un’enorme casa di campagna inglese del dopoguerra; questo padre cerca una governante che chissà, potrebbe diventare qualcosa di più. La governante arriva, insieme al proprio figlioletto. I due adulti si piacciono molto, i ragazzini, Hooper e Kingshaw, no. È guerra. Hooper vive l’arrivo di Kingshaw come quello di un invasore nella sua reggia. Suo padre, che pensa a se stesso come a un inetto (e di certo lo è), è un modello paterno da rovesciare metodicamente, chirurgicamente: il figlio sa cosa vuole e se lo prende e quello che vuole è cacciare l’invasore.

Dato il contesto storico e sociale, vi chiederete dove stia l’attualità, dove l’immedesimazione.

Ebbene, la dinamica che si instaura tra i due bambini è facilmente traslabile in un contesto che oggi definiremmo di bullismo. Un bullismo sistematico, manipolatorio, senza dubbio spietato. Il bullo (Hooper) non utilizza la forza fisica ma tesse una fitta rete di piccoli terrori attorno alle debolezze del suo avversario mentendo, spaventando, ribaltando il concetto di verità e di giustizia non solo nella mente della sua vittima ma anche e soprattutto agli occhi ipocriti dei genitori che, ben più coinvolti dalla loro nascente relazione, si ostinano a non vedere la silenziosa violenza psicologica che si consuma davanti a loro. Kingshaw è un ragazzino sensibile e intelligente eppure i suoi strumenti nulla valgono contro la cristallina volontà di nuocere del suo carnefice – che è instabile, capriccioso, pavido eppure privo di ogni scrupolo, così come di quella consapevolezza che potrebbe incrinare la sua autostima e la sua cieca arroganza.

Nella parte finale fa la sua comparsa Fielding, un bambino di campagna gentile, onesto, che potrebbe rappresentare per entrambi una via d’uscita concreta al gioco malato che hanno imbastito e in cui sono invischiati come insetti in una ragnatela fatta di bugie, odio (sì, i bambini si permettono di odiare), colpi bassi – una ragnatela, ribadiamo, intessuta nella totale assenza dello sguardo genitoriale. Ma è tardi, i movimenti sono goffi, impotenti, vano è ogni tentativo di fuga. Si tratta di un libro doloroso e inesorabile, scritto magistralmente, che non solo mette in scena ma provoca nel lettore emozioni invadenti, non necessariamente nobili, sentimenti scomodi che, proprio come la malvagità dei bambini, vorremmo tenere chiusi e inaccessibili in una stanza dimenticata della nostra mente.

Recensione di Delis 

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Susan Hill, Sono il re del castello, Sararà, Pordenone, 2025

Edizione originale: I’m the King of the Castel, Hamish Hamilton, London, 1970

 

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