Lingua madre

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LA PRIMA RECENSIONE DEL MESE SARÀ

DEDICATA ALLA NUOVA RUBRICA:  “LUNEDÌ DI-VERSO

Es regnet so stark und es ist so schön, wenn es so stark regnet.”

Parole sporche.

Parole pulite.

Cosa può sporcare una parola? Una parola è una costruzione di suoni, di associazioni, di significati. Ha una sua consistenza fisica, un sapore diverso per ogni bocca. Esiste un amore per le parole che non tutti comprendono perché non tutti sono soliti abitarle piuttosto che usarle. Coloro che scelgono di abitarle se le rigirano nella mente e nel cuore perché siano precise, esatte, perché non tradiscano la loro intrinseca bellezza. “Merda” può essere una parola esatta e bellissima se non viene sporcata dall’ipocrisia, dal perbenismo, dalle paure. Il nostro personalissimo vocabolario ci costruisce a livello identitario in maniera tanto più significativa quanto più sappiamo prenderci cura delle parole che lo costituiscono.

A Paolo continuano a sporcare le parole. Gliele sporca la madre, con le sue aspettative, le pretese, i giudizi; gliele sporca la sorella, con la cattiveria, la superficialità, i fraintendimenti; gliele sporca la sua città, Bolzano, che sembra non riconoscersi in un’anima univoca, che si sparpaglia nei dialetti, nelle storture, nelle discriminazioni arbitrarie. Non gliele sporca suo padre, che non parla, ma che lo lascia solo ad affrontare tutte le macchie.

Una parola pulita è quella che dice esattamente ciò che intende e il lessico famigliare appiccica troppa storia, troppo dolore alle parole perché possano rimanere pulite. E allora Paolo scappa, non in un altro Paese, ma in un’altra lingua, una terra di significati potenzialmente incontaminati. Lascia il suo unico amico, Jan, quel che resta della sua famiglia, lascia l’estetica fascista che pure lo affascinava, lascia il Catinaccio (che diventa Rosengarten solo al tramonto), lascia l’autodichiarazione linguistica, il “buon lavoro” e i buoni studi. Finisce in una biblioteca berlinese, nel silenzio pulito di chi non si aspetta da lui voti appropriati, atteggiamenti appropriati, parole appropriate (ma sporche). In questo silenzio – non negativo ma generativo – Paolo ha lo spazio per riconciliarsi con le sue parole, lasciarle libere e donarle, come si dona un fiore o un amore.

C’è da chiedersi se il dolore possa sciogliersi cambiandogli nome. La pioggia sarà più pura se la chiamiamo “regen”? Se chi ci ama smette di incollare significati altri alle nostre parole inermi possiamo sperare in una metamorfosi delle emozioni? Oppure dobbiamo imparare noi stessi a trovare le parole giuste per il senso delle cose che ci sfugge e ci atterrisce? Pensare che una parola possa essere pulita anche se ci porta smarrimento e perdita, anzi, proprio per questo. Paolo ne ha l’intuizione, cristallina, sin dall’inizio della sua vita. Eppure deve attraversare la morte, la fuga e il ritorno, per potersene convincere. Esiste la parola “madre” ma esiste anche la parola “mamma”, “dolore” non è meno pulito di “amore”.

In un’intervista a Milan Kundera lo scrittore elenca le sue parole-chiave, parole-problema, parole-amore. Ciascuno di noi ha le sue e se l’ossessione del protagonista scivola nel morboso, noi possiamo ugualmente sforzarci di pulire le nostre parole e restituir loro quella trasparenza che tanto spesso viene a mancare nella quotidianità delle nostre interazioni. Trasparente non significa facile, eppure cogliamo in questa lettura un’urgenza necessaria, recuperare parte della trasparenza perduta. Pare proprio che ne valga la pena.

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Maddalena Fingerle, Lingua madre, Italo Svevo, Trieste-Roma, 2021

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