Scomparire

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“VENERDÌ RE-VERSO”

“Essere irragionevole, agire contro il dovuto, è l’attitudine di chi considera altre possibilità.”

 

Abbiamo imparato, a suon di letture, che i libri che ci in-segnano di più sono quelli che ci chiedono molto. Ci chiedono di assecondarli, di approfondirli, a volte chiedono tempi di sedimentazione, seconde letture; ci chiedono tempo, concentrazione e anche abbandono, un atto di fede nel flusso, come lasciarsi galleggiare in un fiume di cui non si conoscono tutte le anse o i pericoli né gli scorci improvvisi. Ma, dopo tutte queste richieste, un libro come

“Scomparire” scava un solco, un segno inaggirabile anche quando la comprensione non riesce ad abbracciarlo del tutto. Soprattutto quando. “Se può non dia un senso all’ascolto: ne impedirebbe possibili altri.”

In una Venezia ingoiata dalla nebbia, uno scrittore vaga in cerca di risposte: sa che non vuole scrivere di sè, sa che per lui questo non ha rilevanza. Ma allora cosa ne ha? Dalla nebbia si stacca piano la sagoma di una storia, che non è la sua e ha qualcosa da dirgli. É il fantasma di Amalia, promessa del pianoforte ai tempi di Ravel e Stravinsky, che pure un giorno si ritirò dalle scene, senza tracce né spiegazioni. Che accadde? E allora Amalia racconta, con uno scarto elegantissimo, quella che fu la sua vita, la sua scelta, senza parlare di sé bensì raccontando tutte quelle altre vite che le passarono accanto, come in una fotografia in cui per accidente, per un riflesso imprevisto, appaia anche il fotografo.

Parlare di questo libro senza tradirne la poesia è quasi impossibile – é come provare a descrivere un senso con un altro, il risultato sarà sempre manchevole e difettoso. Ci vorrebbe una poesia che chi scrive non sa maneggiare né evocare. Eppure tentare di rendergli giustizia appare come una necessità. Perché in tutte le vite che scorrono, più o meno impetuosamente, in queste pagine scorgiamo delle domande di senso – fatalmente irrisolte – che rifondano il nostro sentire di lettori: Valente parla di arte e di talento, parla di pubblico, di volontà e di desiderio, di disciplina, scrive di una fuga, di molte fughe, dell’insegnare, di cosa sia una vocazione e di come essa schivi con determinazione il verbo “dovere”. Cammina sempre sull’orlo della follia, ne disegna i contorni, rivelando che folle è (e forse è sempre stato) colui o colei che gira le spalle al senso comune, per buono che sia, scegliendo un sentiero altro, invisibile ai più. Così i folli, gli assenti, i devianti, gli scomparsi, coloro che sentono troppo o troppo poco, che scelgono la dissonanza, lo sgambetto, l’inatteso. Nel dedalo di divagazioni vitali che queste pagine scelgono di assecondare (come chi si muove nella nebbia senza più timore) non troviamo giudizi o sentenze ma epifanie incerte, che pure non si accontentano “dell’asilo di un istante”.

Ogni riga, ogni parola richiedono al lettore la stessa cura e la stessa attenzione di chi le ha scritte, una “premura pungente”: chiedono per lasciare qualcosa di più, qualcosa che non si ferma né si può fermare (nonostante un’ultima preghiera) – lo cantava anche Bassi Maestro quando diceva “la voglia insopprimibile di pormi dubbi irrisolvibili”. Se c’è qualcosa di buono in noi (noi umani, noi lettori), qualcosa che non distrugge ma costruisce é l’ascolto dell’altro, lo sguardo fuori da sé, la ricerca di ciò che è rilevante ossia ciò che solleva di nuovo, che importa. Muoversi nella nebbia sperando di perdersi. Ogni tanto, di ritrovarsi. Perché “solo nelle ore scure l’anima è rotonda”.

Recensione di Delis 

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Francesca Valente, Scomparire, Ponte alle Grazie, Milano, 2026

 

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