“VENERDÌ RE-VERSO”
“Nel punto in cui mi trovo, non posso essere né quello che sono sempre né trasformarmi in quello che potrei essere.”
Un’estate è un tempo indefinibile – dilatato eppure denso, carico di senso eppure sfuggente, finisce appena ti sembra di iniziare a capirlo. Claire Keegan ha abitato questo tempo con un’eleganza, un nitore e una precisione che sfiorano la perfezione. Forse è la forma breve a trasmettere quest’impressione, si sa, in un romanzo più lungo anche gli scivolamenti hanno l’agio per tornare in carreggiata, senza rovinare troppo il nostro viaggio. Ma in 70 pagine non puoi recuperare e quindi, di fatto, non puoi sbagliare. E Keegan non sbaglia una parola.
La piccola figlia dei Redmond viene affidata ai coniugi Kinsella: la madre è di nuovo incinta e ha bisogno di un po’ di calma attorno. La breve e scarna cerimonia di consegna con cui si apre il libro è sufficiente a raccontarci la distanza tra le due famiglie. Nell’arco di tempo che le sarà concesso insieme a Edna e John, la piccina imparerà che non è un fastidio o un peso ma una persona e, in quanto tale, meritevole di amore. C’è gente che ci mette una vita a capirlo – a capire che è tutta una questione di sguardo.
Senza addentrarci troppo in considerazioni psicologiche che non ci competono, in molti sapranno che nei primi mesi di vita si costruisce il nostro senso di sicurezza anche grazie e attraverso lo sguardo di chi ci è più prossimo (generalmente: la mamma). Siamo indifesi, inermi: accudimento e protezione in quel frangente sono fondamentali per il nostro futuro funzionamento. Se questo sguardo amorevole viene a mancare o è distorto, una delle reazioni più comuni è quella di non percepirsi come degni di quello sguardo che ci è stato negato. Mai. Perché è veramente difficile contraddire questa prima e apparentemente definitiva lezione.
La piccola protagonista, in quanto piccola, non ha gli strumenti per verbalizzare tutto il disamore che l’ha circondata e cresciuta, ed è proprio in virtù di questo che “Un’estate” non si trasforma in un trattatello di psicologia bensì mette in scena, semplicemente, le premesse, le conseguenze e le alternative di questo sguardo mancato. Sentirsi amati passa prima di ogni altra cosa per l’essere visti: nei nostri errori, nella nostra rabbia, nella nostra volontà di fare bene o di fuggire, nella nostra ricerca di conferme. Il valore morale delle nostre azioni è un passo tutto successivo. I Kinsella adottano la bambina ma non si limitano a tenerla in casa: attraverso conversazioni minime e gesti ordinari le restituiscono il diritto di esistere in maniera imperfetta e, quindi, umana. Non solo, non riversano su di lei il dolore per quanto hanno perso – né come rancore né come aspettativa. Vedono e amano, con fatica e nei loro umanissimi limiti.
“Continuo a non trovare le parole ma questo è un posto nuovo, servono parole nuove.” Nuovo non è per forza bello, o migliore: nuovo è una possibilità. Nello spazio di questa alternativa si può camminare, sbagliare, fare domande. Costruirsi, rivedere la narrazione che abbiamo di noi stessi, consentirci di stare in un’ipotesi d’amore senza scappare. Se leggerete questo romanzo, e ve lo consigliamo, capirete come Claire Keegan vi stia regalando non solo parole nuove per descrivervi, gesti diversi per muovervi nel mondo, ma anche, e soprattutto, uno sguardo in grado di contenere tutti i vostri sbagli.
Recensione di Delis
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Claire Keegan, Un’estate, Einaudi, Torino, 2023
Edizione originale: Foster, 2010



