Almarina

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“L’odio è una paura costante incancrenita, è una difesa che si è fatta fraintendimento.”

Almarina è la storia di Elisabetta che porta in sé una lacrima nascosta, un dolore profondo in base al quale calibra tutte le sue giornate; è la storia di un’insegnante in una scuola speciale, distaccata dalla terra e dalla realtà: ci troviamo nel carcere minorile di Nisidia, un’isola nel bel mezzo del Mediterraneo.

È proprio all’interno del carcere che Elisabetta, la protagonista, inizia a trovare la propria libertà: è proprio qui che riprova ad assaporare il piacere di ritornare ad essere padrona delle proprie emozioni. Elisabetta Maiorano è un’insegnate di matematica ed è abituata a filtrare la realtà attraverso i calcoli e le formule che conosce bene, che le danno sicurezza. Ma non sempre i calcoli riescono a spiegare ogni cosa: un giorno arriva nel carcere Almarina, la cui storia è punteggiata di abbandoni e violenze.

L’affetto che nasce tra la protagonista e la ragazza scardinerà ogni tassello della vita di Elisabetta, la quale entra a piè pari nel vortice delle emozioni che vedono la giovane detenuta come figura centrale. La storia è raccontata con un particolare uso della punteggiatura, ci troviamo così di fronte a frasi brevi e divincolate. Ci è sembrato che spesso i periodi possono apparire oscuri e di difficile comprensione, soprattutto all’inizio, quando ancora il lettore deve entrare nel ritmo e nello stile dettato dall’autrice.

In ogni caso, indubbiamente, possiamo affermare che la storia ci ha catturati. Esistono vari livelli di tempo, a cui la protagonista fa riferimento, ora il presente vissuto tra i ragazzi e i colleghi del carcere, ora il passato, costituito dalla figura di un marito perduto e di un figlio mai concepito.

Il romanzo invita il lettore a confrontarsi con tematiche dure e aspre da vivere: si passa dal lutto della protagonista, alla gravidanza mancata, alle storie di violenze e crimini vissuti o subiti dai giovani detenuti del carcere di Nisidia; eppure tutte queste sono storie che vengono solo sfiorate dall’autrice. Il lettore non è invitato ad entrare nel cuore di questi drammi, come se fossero troppo intimi per poter essere condivisi.

Siamo convinti che lo sviluppo più approfondito di tali vicende avrebbe prodotto un romanzo più lungo, ma soprattutto più coinvolgente per noi lettori. Invece, siamo catapultati, attraverso un fitto monologo interiore – punteggiato da brevi dialoghi con gli altri personaggi del romanzo – nello spazio mentale di Elisabetta e siamo travolti da un vortice continuo che ci fa approdare in un finale che indubbiamente ci emoziona e ci lascia con un punto interrogativo.

Solo alla fine ci si accorge che è una storia di speranza, che vuole dare una risposta alle domande che ogni giorno Elisabetta si pone: dove andranno questi ragazzi, una volta usciti dal carcere?

Ed è così che in mezzo al dolore la nostra protagonista si accorgere di poter essere ancora un terreno fertile a cui poter affidare una vita da far fiorire, quella di Almarina.

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Valeria Parrella, Almarina, Einaudi, Torino, 2019

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