Un destino ridicolo

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“VENERDÌ RE-VERSO

“Dell’amore non te ne accorgi, perché incomincia quando è già incominciato.

 

Se avessimo letto questo libro a 17 anni, l’avremmo fatto con rabbia e smania di rivoluzione; oggi lo leggiamo con malinconia ma, sotto le ceneri, la rivoluzione fiammeggia ancora.

Cosa ha sempre fatto De André se non raccontarci storie piccole, con poche spiegazioni, che pungolassero sensi sopiti, come quello della giustizia, dell’umiltà? Più di tutti: quello della libertà. Lo fa anche in questo libro, nato dall’incontro con Alessandro Gennari e germogliato nel loro dialogo, in cui le istanze dolenti e pruriginose di entrambi hanno trovato il modo di cristallizzarsi attraverso le poche pagine di questa storia. La poesia è la stessa di quelle canzoni che ben conosciamo, gli stessi personaggi umanissimi, le stesse vicende di strada. Ognuno ha il suo sogno, la sua utopia, un’idea che sta mettendo a fuoco e che la vita, distratta, scompiglia come una folata di vento.

È strana questa propensione che abbiamo a immaginare le alternative, cambiando un dettaglio. A quel punto inventiamo un’entità responsabile del naufragio di un’ipotesi e la chiamiamo destino.

È un libro di una dolcezza crudele. Le parole, le parole. Certe parole si staccano dalle pagine e sfarfallano dispettose sotto il nostro naso prima di volare via, lasciando per un attimo il respiro rotto: accastellarsi, maramaldeggiare, una luce destinata all’ombra, la sua carne da oltraggio… la città è solo una prigione più grande, dove non ti accorgi di essere rinchiuso. Vien da dire, restituiteci questa bellezza, ché ne abbiamo bisogno.

Ma c’è anche una trama. Tre uomini, soprattutto, e un luogo. Salvatore, un pastore sardo appena uscito dal carcere; Carlo, pappone e cocco di mamma, che ama pensarsi già uomo; Bernard, uno psichiatra nizzardo, figura mitologica e sfuggente. E Genova, città di carruggi e puttane, di porti e bar della notte. Queste traiettorie si intrecciano per tentare un colpo, che invece va male, e poi li rilanciano nel mondo, spersi. Fabrizio e Alessandro sono personaggi secondari, che si fanno portatori del racconto di altri, raccolgono il fuoco.

Forse però, più che dei fili dell’azione, è sensato parlare del perché, in queste pagine, siamo stati così bene. È come perdersi e ritrovarsi nello stesso punto. Perdersi perché a seguire le tracce di quei destini che si compongono ci viene la tristezza, vorremmo intervenire, dire che le cose non vanno per forza così, vorremmo sciogliere un’amarezza in carezze più dolci. Ma ciò che ritroviamo è più importante: quella totale assenza di giudizio, quella comunanza nella disfatta, la concretezza di una strada che si costruisce passo dopo passo. Uno può provare a darsi una direzione, una speranza: basta sapere che, come un’ipotesi, quella speranza potrà essere smentita o confermata. Non c’è fatalismo in questa prospettiva, solo consapevolezza. La libertà è una responsabilità, fare di tutto per conquistarla e mantenerla non garantisce alcun premio, alcuna pacca sulla spalla. Forse, solo un po’ di dignità al nostro cammino. Ma quel poco, potrebbe valere più di tutto il resto.

Recensione di Delis 

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Fabrizio De André, Alessandro Gennari, Un destino ridicolo, Einaudi, Torino, 2003 (prima edizione 1996)

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