“VENERDÌ RE-VERSO”
“Da sempre sono architetta di problemi.”
La prima cosa da dire è che Ilaria Camilletti è nata nel 2005. La seconda cosa da dire è che questo libro non è bello nonostante o per quanto l’autrice abbia vent’anni. È bello e basta. È importante dirlo. Ovviamente “bello” è un aggettivo che necessita di specificazioni, altrimenti non saremmo qui, ma intanto.
Ilaria è appena uscita dall’esame di maturità, idee chiare su niente (non come Giulia, che già all’asilo voleva fare l’ostetrica), vagamente direzionata da un astratto desiderio di felicità. Nel disorientamento post-scolastico decide di lavorare per una stagione in un lido di Ostia, pochi compiti precisi, necessità comunicative ridotte al minimo e un gigantesco “poi ci penserò” sopra la testa. In questa giungla degli anomali è l’unica italiana insieme al piccolo Davide, insopportabile figlio del proprietario, un’estate funestata dal semi-abbandono genitoriale, da una serie inestinguibile di ricerche di scienze, dalla Noia. I due si avvicinano di mala voglia, Ilaria aiuta Davide – viziato, prepotente, con un senso dell’umorismo micidiale – nelle sue ricerche, Davide racconta Ilaria e la vita nelle sue preghiere a un Gesù che per forza di cose deve aver familiarizzato con il romanesco. E poi c’è Viola. Viola è la ragazzina stramba che ogni giorno, sotto al sole cocente con un cappuccio nero d’ordinanza, allestisce il suo mercatino di oggetti rotti e storie strane quanto lei.
I tre si incontrano nel microcosmo del lido e di quel tempo estivo in cui succedono cose che forse non avrebbero chances nella vita di tutti i giorni. Non si sa mai cosa sopravvive dell’intensità di quei tre mesi, si torna sempre un po’ cambiati, senza saper spiegare come o perché. Il rituale delle vacanze, delle sue metamorfosi, Ilaria lo racconta grazie a un pastiche linguistico eccezionale fatto di italiano, romano e bengalese, con un effetto comico straripante e una sensibilità transgenerazionale che è illuminante e commovente. In questi anni abbiamo capito che per far ridere e piangere nell’arco di un libro bisogna essere veramente, veramente bravi. Camilletti ci riesce, il tipo di sguardo che ci regala è prezioso perché è intelligente e umile, ci fa sbirciare sotto la superficie senza didascalie né lunghe spiegazioni, con la naturalezza della sua età, quando l’introversione è un modo di stare ad osservare la vita aspettando che qualcosa, qualsiasi cosa, accada, perché ancora non ci sentiamo attori ma semplici spettatori. Non tutti crescono sentendosi in diritto di chiedere a Gesù quello che vogliono, come fosse “lo Amazon”.
“Secondo te, tipo, ora Viola che sta facendo? Che fa? Ride? Tossisce? Urla? Le manco? Le manco, Gesù? Mo, non è che mi devi risponde’ ora.” Sotto le preghiere di Davide, sotto le poesie di Viola, nei silenzi di Amir e nei gesti eleganti di Omar, nelle parole brusche di Sayed e nella goffaggine di Ileria si costruisce piano una possibilità impensata: quella di prendersi del tempo per capire come fare a essere felici, percependo all’improvviso l’ipotesi che, qualunque sia la scelta, saremo liberi di cambiare idea, cambiare passo, lavoro, direzione; che quella possibilità (di essere felici e di cambiare se non lo si è più) non è mai data una volta per tutte, ce la costruiamo giorno per giorno. “A me non l’ha mai detto nessuno, Ileria, che potevo cambiare.” Ci vuole un po’ di coraggio. E di gentilezza. Così questo romanzo, divertente e amaro e tenero, ci aiuta a costruire dei ponti intorno a noi, verso quello e quelli che ancora non conosciamo, e ci dà anche una spinta per attraversarli.
Vi sembra poco? A noi no, sembra tantissimo.
Recensione di Delis
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Ilaria Camilletti, Ilaria nella giungla, Accento, Milano, 2026



