Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

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I libri scelti da Andrea Salonia

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Difficile leggere un romanzo tanto acuto, sardonico, crudele e divertente al tempo stesso.

Soprattutto pensando che è stato lì per un certo qual tempo, da qualche parte in una libreria grande o piccola, accolto su uno scaffale o appoggiato su un   espositore, più o meno in generosa mostra, e tutto ciò da almeno trent’anni nella nostra bella Italia. Senza che io lo vedessi. E nemmeno che mai ne avessi sentito parlare. Figurarsi se poi considerassimo quando Roy Lewis questo suo The evolution man lo scrisse sul serio, e torniamo allora indietro di ancor più decadi, laggiù nel tempo fino al 1960, anno della prima uscita con tanto di inchiostro sulla carta. Ecco: una vera scoperta, tra l’anacronismo – e rare volte questo si può affermare con tale adeguatezza di pensiero – e il comico di gran lignaggio, che fa bene qui e fa bene qui, come ere orsono dicevano in TV. Alias, per noi, ottimo per il sistema tutto che presiede al buon umore, e ancor più per il cervello.

Per quegli stessi noi per i quali il romanzo di Lewis è Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, nella arguta traduzione di Carlo Brera per Adelphi. Una vera delizia. Spassoso. Pungente. Intenso. Violento. Sottile. Come anche roboante, però; ruvido, sgarbato, brutale, ma mai rozzo, mai grossolano. Ficcante, quello sì. Pungente, quello pure. Energico, con quella punta di indelicatezza che giunge al limite, tanta che potrebbe perfino far arricciare il naso, orripilare i peli sulle braccia e scatenare la tipica pruderie del ben pensante acritico che voglia tradurre, pari pari, ai giorni nostri il sentire e i sentimenti della fine degli anni cinquanta, senza far lo sforzo di contestualizzare – nel giusto modo e con adeguata cautela – i rapporti interpersonali, il ruolo maschile e femminile, marito e moglie, fidanzata rapita e fidanzato irretito, e altro ancora. Ma tutto con modi garbati, con efficace raffinatezza. Ogni pensiero declinato con grande sagacia, e celebrabile intelligenza. Fin, e anzitutto, ogni parola.

Di cosa narra Il più grande uomo scimmia del Pleistocene? Di noi e di come eravamo, uomini scimmia (non vi scappa già da ridere?). Di come avessimo scoperto l’uso della selce battuta sulla selce perché se ne ottenessero punte acuminate, lesive e letali. Di come la clava permettesse di sopravvivere all’aggressività di terzi, alle fiere con tanto di denti a sciabola, ma pure a quadrupedi di taglia inferiore, sebbene certo non più mansueti. Di come il bipede che c’è in noi adesso, e che diamo per scontato – quanto diamo per acclarato oggigiorno, quasi che solo la tecnologia faccia progressi da giganti e noi, gli esseri umani, non fossimo diggià un meraviglioso epifenomeno del progredire, pur con tutte le nostre limitatezze le debolezze le pochezze – ecco, di come quell’ominide avesse attraversato le ere, si fosse messo in piedi sugli arti posteriori (semi ritto, in verità) e avesse scoperto il fuoco. Dico: il fuoco! Rubandolo dalla lava del vulcano, dovendo tornare ogni giorno tra quei lapilli e il caldo mefitico, e fino al giorno in cui il bipede – noi, appunto – non divenne capace da sé di accenderlo, trasportarlo, conservarlo, utilizzarlo all’uopo più corretto.

Perché come quelle fiamme rosse e gialle, con magnifici riflessi blu orchidea, dovessero poi essere sfruttate al meglio, neppure ciò ci venne dato per magia. No no, fu lo sperimentare, il provare e il riprovare, una porta in faccia dopo l’altra, le scottature e le fiacche su mani e piedi, e tanto ancora del metodo sperimentale che ci permise di arrivare al barbecue dei giorni nostri. Con o senza sale rosa dell’Himalaya, che pare faccia molto bene per le sue proprietà riequilibranti del pH e della idratazione delle cellule. A quello non era arrivato il papà protagonista del romanzo, proprio lui, colui che fu definito il più grande uomo scimmia del Pleistocene, per tenacia, per caparbietà, per rozzezza armoniosamente combinata a cortese civiltà. Lui/noi.

Insomma, un bel romanzo con cui finire il 2022 e iniziare il 2023. Così è stato per me. Ridendo e domandandomi. Cosa? Come ci sono arrivato? E più ancora: che ci faccio io qui (come fossimo alla fine di un viaggio, di quel medesimo vagare che avevamo trovato anche nei pensieri del Bruce Chatwin scrittore e fotografo che, verso la fine dei suoi giorni e del suo errare nel mondo attraverso la vita, si era esattamente posto la stessa domanda: che ci faccio io qui?).

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Roy Lewis, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, Adelphi, Milano, 1995

Edizione Originale: The Evolution Man, Once Upon an Ice Age, What We Did to Father, 1960

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