Tema dell’addio

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«Per noi non c’è dialogo con la morte. – ha scritto Milo De Angelis – C’è solo un grido. La morte non si lascia abitare. C’è solo questo grido: grido di soccorso, di rabbia, di sdegno, di stupore». Tema dell’addio è la rappresentazione del silenzio di un grido, che racchiude tante cose, prime tra tutte la solitudine, lo strappo, il silenzio. Una raccolta di versi che non si offre ad una rapida lettura, ma che ha la capacità di farsi delicatamente spazio nella quotidianità e chiedere ascolto.

Il filo che lega una poesia all’altra lo si apprende rapidamente dal titolo, dove la parola «tema» richiama a sé una serie di figure, declinazioni differenti dello stesso dolore. Ci fa pensare all’argomento di un libro o di un film, al punto intorno a cui si articola un discorso, al tema scritto in classe, alla frase melodica in musica, perfino al cielo, con i suoi temi astrali. In linguistica, però, il tema rappresenta la radice, quella parte invariabile della parola a cui si aggiungono le desinenze. Ecco, per me, leggere De Angelis è stato questo: sentirsi legati ad un’unica radice – pare ovvio dirlo, a quella della perdita, nella sua forma più nuda e definitiva – a cui, di pagina in pagina, si uniscono man mano declinazioni differenti, in cui l’addio si dispone di volta in volta cercando la sua forma, ogni volta mutata, ogni volta bellissima.

Scrivere di perdita non è mai semplice, e il perché ce lo confessa l’autore stesso, in uno dei suoi componimenti: «non ha regole, mai, la via del dolore».

Tuttavia, De Angelis non costruisce un’elegia classica, né un lamento strettamente autobiografico: compone una geografia del dolore, fatta di stanze vuote, stazioni, cortili e panchine, dialoghi a mezz’aria, io e tu, poi tu e io, ricordi sfocati che tornano nell’ombra come figure in controluce, attimi preziosissimi. Perché la morte di una persona, creatura o essere amato, necessariamente cambia il nostro sguardo sul mondo. E allora quelle stesse stanze, stazioni, cortili, panchine, dialoghi, io e tu, tu e io, io e io da solo, ricordi, ombre, luci, cambiano. Tema dell’addio è il libro di quello sguardo rimasto orfano, che racconta con dolore come le cose appaiono quando non si è più in due, e tutto muta, perché tutto viene privato di uno sguardo. E allora gli attimi diventano protagonisti di ogni pagina: «tutti i passi davanti al portone, gli sguardi sul citofono, tutte le voci, gli accenti, le sillabe, tu che uscivi sorridente con il tuo colbacco e camminavi decisa verso un autobus».

Certi versi a tratti diventano crudeli, armi per trattenere ancora un istante ciò che non c’è più, e non potrà più esserci. Altri versi, invece, rimangono sospesi, irrisolti, come se la parola potesse solo sfiorare ciò che per definizione è irrappresentabile. Eppure, proprio nello spazio tra la crudeltà dell’assenza e la sospensione della presenza, si apre la possibilità di un dialogo con la nostra personalissima esperienza di perdita, qualsiasi essa sia, qualsiasi forma decidiamo di darle. L’autore confessa nella sua prefazione: «Solo l’Altro può parlare con la morte. A noi non è dato».

Ma se ascoltiamo il titolo della raccolta, la parola «tema», etimologicamente derivante dal greco, significa «ciò che si pone», suggerendo l’idea di qualcosa che viene posto al centro. In questo caso, per me, qualcosa tra lo spazio prima e quello dopo, qualcosa di innominato, un urlo potentissimo che rompe ogni paura di affrontarlo. Ci regala la possibilità di immaginare che, forse, prima o poi, un dialogo possa esistere.

 

Recensione di Maria De Gennaro

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Milo De Angelis, Tema dell’addio, Mondadori, Milano, 2005

 

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