“VENERDÌ RE-VERSO”
“Loro nutrivano delle aspettative verso l’altra persona, io solo verso me stessa.”
Non si può non parlare di questo libro. A lettori, non lettori, gente che vi passa a fianco per caso. Nel panorama letterario italiano è una mina che esplode, senza risparmiare nessuno.
Senza niente che possa essere anche solo lontanamente scambiato per ipocrisia, senza sconti, senza ammiccamenti. Per parlarne bisogna partire dallo stile: come ha notato un altro autore – che prima di tutto è un attento lettore – Scomazzon ha trovato una “nota alta”, altissima diremmo, e non la lascia neanche per una riga. Ogni singola frase è caustica, brillante, limata fino a diventare tagliente. Ogni. Singola. Frase. E non si può pensare che una simile intelligenza sia posticcia, simulata, è impossibile non attribuirla anche all’autrice: sarebbe un’invenzione insostenibile. Quindi intanto leggetelo, foss’anche solo per leggere una cosa ben scritta.
Nel 2023 Scomazzon ha vinto il premio Bagutta Opera Prima con il suo anti-memoir (costruito sull’assenza di ricordi) “La paura ferisce come un coltello arrugginito” – oggi ha scelto di svincolarsi dalla scrittura autobiografica e di buttarsi nel mondo della finzione: lo fa con un tuffo da 10 e lode. Il personaggio che costruisce, Alice, è indimenticabile.
Si tratta di una giovane donna alle prese con un’esistenza che frana e in questo franare gioca un ruolo da protagonista la componente alcolica. Ma. Ciò che ci si aspetterebbe da questo accenno di trama è una lotta interiore dilaniante, puntellata da sensi di colpa, rimuginazioni, accuse miste a giustificazioni.
Niente di tutto questo: la voce che riporta gli avvenimenti è un blocco compatto costruito attorno a una ferita accennata solo di passaggio, in tre parole, e che lì rimane, come una parentesi, per tutto il libro. Sembra proprio che nessuno attorno a lei sappia decifrarla, vederla quella parentesi, ricordare che è reale. Nessuno sembra voler scavare dietro o sotto al sintomo e quindi perché dovrebbe farlo lei? Quando alcool e benzodiazepine ti consentono di stare sul binario sociale in un semi-dignitoso equilibrio, chi te lo fa fare di accorciare quei gradi di separazione dagli altri, dalla vita, da te stessa?
La distanza, lo scollamento (paradossalmente sempre lucido come un cecchino) sono l’unica vera difesa, prima di tutto dal fantasma del vittimismo. Giammai. É il direttore d’orchestra del Titanic. Non cerca aiuto in realtà, non lo accetta quando glielo offrono, non lo vuole. Si limita a guardarsi intorno, critica, e attraverso il suo sguardo noi scorgiamo un panorama deprimente, che non ha niente da invidiare alla sua quiete artificiale, più sincera di chi pretende di stare coi piedi su questa maledetta terra.
Non abbiamo appigli per biasimarla, siamo solo più abituati a concederci sguardi inutilmente benevoli, a cercare messaggi edificanti dall’universo. Quello che possiamo fare è levare il cappello di fronte a tanta spietata coerenza. Autodistruttiva o auto conservativa? Siamo una giuria inutile e saccente, un po’ ridicola, e Scomazzon sembra suggerirci di riprogrammare le nostre priorità, imparando a ridere di noi stessi prima di compatire qualcun altro.
“I pessimisti senza ironia sono le persone più noiose del mondo e io mi rifiuto di essere associata a gente addirittura più noiosa degli entusiasti.” Tra tutti i pericoli, cara Giulia-Alice, questo ci pare totalmente scampato.
Recensione di Delis
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Giulia Scomazzon, 8.6 gradi di separazione, Nottetempo, Milano, 2025



