L’opera al nero

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Scritto da Donatella Lanza

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Un altro mi attende altrove. Ci vado.”

Chi?” volle sapere Henri-Maximilien stupefatto. “Il Priore di Leon, quello sdentato?”

Zenone si volse:

Hic Zeno,” rispose. “Me stesso.”

Nella mia vita, solo una cosa ha messo sotto la lente di ingrandimento il concetto di libertà come il 2020: l’Opera al Nero, di Marguerite Yourcenar. Il romanzo, che in senso lato ha plasmato la mia intera esistenza, si riassume in quella che per me è una delle sua frasi più significative: “Chi sarebbe così insensato da morire senza aver fatto almeno il giro della propria prigione?”.

Zenone nasce a Bruges nei primi anni del 1500 a casa dello zio, il ricco mercante Henri-Juste. Figlio illegittimo di Hilzonde e di un giovane rampollo di una famiglia fiorentina – che sparisce poco dopo il concepimento del ragazzo – cresce destinato alla Chiesa.

Durante la giovinezza, il canonico Bartholommé Campanus lo inizia alla teologia e alla filosofia, il barbiere/medico Jean Myers lo avvicina alla medicina, mentre con il tessitore Colas Gheel mette al lavoro il proprio spiccato ingegno per costruire dei telai da impiegare nelle fabbriche dello zio. Mosso dal bisogno di conoscenza, libertà e autodeterminazione, Zenone lascia presto Bruges e per tutta la vita si sposta di città in città, attraversando i regni d’Europa e Asia, così da “acquistare soldo a soldo quella libertà che aveva creduto di possedere di primo acchito il totale”.

E’ medico, alchimista e filosofo, e a causa dei suoi scritti viene additato come ateo ed eretico in contumacia. Siamo in piena controriforma, la condanna è il rogo. Verso i 50 anni Zenone ritorna nella città natale, sotto mentite spoglie e con il nome, sottilmente pensato, di Sebastiano Theus.

La vita del medico sembra trascorrere tranquilla fino a quando non viene falsamente accusato di essere coinvolto in un risibile scandalo in odore di eresia. Arrestato, compare davanti al tribunale scegliendo di presentarsi con il vero nome di Zenone. Il processo si trasforma quindi in un atto di accusa verso gli scritti del teologo e filosofo e procede per lunghe settimane. La condanna a morte diventa quindi la massima espressione delle costrizioni a cui la vita e l’intelletto dell’uomo sono sottoposti per l’intera esistenza, qualunque sia l’epoca a cui si appartiene. Per Zenone “non si è liberi finché si desidera, si vuole, si teme, forse finché si vive”.

Come può essere libero anche chi è condannato a morte? Nello stesso modo in cui può esserlo ciascuno di noi. Essendo fautore consapevole del proprio destino, e scegliendo giorno per giorno di affrontare la realtà nel modo più coerente possibile con il proprio sentire.

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Marguerite Yourcenar, L’opera al nero, Feltrinelli, Milano, 2013

Edizione originale: L’Œuvre au noir, Gallimard, 1968

One comment

  • Papà

    3 Febbraio 2021 at 22:20

    Devo leggerlo 😊

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