La valle dei fiori di Niviaq Korneliussen è senza dubbio il romanzo che più ho amato l’anno passato: scomodo e potente proprio come la sua autrice, è stato per me un libro capace di valorizzare e ridimensionare al tempo stesso la mia piccola vita. Perché di fronte ai drammi collettivi tutto diventa piccolo.
La storia è quella di un’anonima ragazza groenlandese che, trasferitasi da Nuuk in Danimarca per studiare, si trova a fare i conti con un senso di estraneità che la corrode dall’interno. La distanza geografica e ideologica tra i due paesi si traduce, infatti, in una distanza emotiva: il suo corpo, definito goffo e ingombrante rispetto alla leggerezza e alla “perfezione” dei coetanei danesi, diventa il simbolo di un’individualità a pezzi. Le giornate sono lunghe e solitarie, le amicizie inesistenti o sbagliate, la fidanzata lontana, la cultura profondamente diversa.
Tutta la narrazione è scandita da un conto alla rovescia: sono 45 capitoli numerati in modo decrescente, quasi a preparare il lettore all’inevitabile epilogo. Ognuno di essi si apre con la descrizione di un suicidio, un richiamo diretto al dramma collettivo groenlandese, dove il tasso di suicidi tra i giovani è il più alto del mondo. Dall’altra parte sembra esserci una società immobile, bloccata, dove del dolore non si parla e sul ricordo non si piange. Un paese che, così come la protagonista di questo romanzo, fatica a trovare la propria identità (tutt’ora la Groenlandia dipende politicamente dalla Danimarca).
E nell’indifferenza che la circonda, la protagonista senza nome spicca per la sua malinconica sensibilità. Fragilità e dolore emergono nei dettagli quotidiani, nei silenzi, negli sguardi evitati, tra le righe degli SMS mandati alla fidanzata rimasta in Groenlandia. Il desiderio di essere vista e accettata si scontra con il senso di inadeguatezza che si porta addosso come una seconda pelle. Solo “aanaa”, la nonna morta, sembrava in grado di capirla.
Korneliussen ai miei occhi si è scoperta un’autrice coraggiosa e necessaria: ogni parola è essenziale, ogni punto crea pause cariche di significato. Nella sua scrittura non c’è pietà ed è proprio in questa crudezza che risiede la forza del romanzo: Korneliussen non cerca di consolare, ma di scuotere, di costringere a guardare in faccia la tragedia che sta ancora colpendo i giovani del suo paese. È proprio a tutti e tutte loro (ma anche a tutte e tutti noi) che sembra scrivere, con una prosa tagliente e romantica al tempo stesso. Insomma, quello della scrittrice de La valle dei fiori è un urlo forte e poetico, che sembra rievocare l’urlo del padre in Teorema (per citare Pasolini): un urlo nel deserto, nell’indifferenza e nel torpore che fanno da sfondo al dramma sociale di un’intera nazione.
Alla fine, però, è nel buio che la protagonista sceglie di rifugiarsi, mentre la luce diventa promemoria di tutto ciò che non riesce ad affrontare. Un’esposizione troppo prolungata potrebbe essere mortale. Tutto fa troppo male. Ed è così che la solitudine della protagonista diventa il riflesso di un’intera generazione, che a suo modo – e cioè nella maniera fragile dei vent’anni – cerca disperatamente di salvarsi dall’abisso.
Il corvo vegliò su di me finché non giunse la luce del giorno. Non sapeva che non era dall’oscurità che avrebbe dovuto proteggermi, ma dalla luce.
Recensione di Maria De Gennaro
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Niviaq Korneliussen, La valle dei fiori, Iperborea, Milano, 2023
Edizione originale: Naasuliardarpi, 2020



