“VENERDÌ RE-VERSO”
“Pretendere che i miraggi ci portino dove vogliamo noi è una pazzia.”
Morgana è la fata ingannatrice che distorce la realtà per via di strane visioni, rendendo l’allucinazione qualcosa con cui ci si deve necessariamente confrontare. Il trattato di etnografia immaginaria che ci regala Celati fa più o meno la stessa cosa: ci costringe a immergerci nella vita di un popolo inesistente, di cui racconta le abitudini, le storie, le caratteristiche, prendendosi gioco di un certo descrittivismo coloniale e lasciandoci spersi e interdetti in una valle di miraggi.
Andare con ordine non si può, allora partiamo con il dire che si tratta di un libro noiosissimo.
E: geniale. Nonché: divertentissimo. Se non è una magia questa.
Il popolo che la voce narrante descrive, riportando a sua volta racconti di altri (coerentemente con l’abitudine indigena di parlare sempre e solo citando l’Essere del Grande Respiro) è quello dei Gamuna. Si tratta di genti che, in tempi non precisati, hanno preso possesso di una città abbandonata e sono poi rimaste lì, inventandosi genealogie di antenati e isolandosi dal mondo grazie al gran deserto da un lato e ai massicci montuosi dall’altro. Non succede nulla. I Gamuna maschi adulti sono pavidi e depressi, le donne litigiose e ammiccanti, i bambini dei teppisti violenti. La vita per loro è una scintilla iridescente, il momento effimero tra la creazione del mondo e la sua fine. Lo scorrere del tempo non ha senso. La cartografia non ha senso. Alcune cose accadono, ma solo nel regno di Boro Trai, il gigantesco dittatore della vita nel sonno, che i Gamuna considerano “più autentica, più reale e meno allucinata della vita da svegli”.
La prosa di Celati, piatta e malinconica, gioca con l’estenuante immobilità dell’esistenza Gamuna, intessendo il libro di un’ironia impertinente, acuta e bonaria, insieme rivelando il ridicolo di un mondo che, in modo inusitato, diventa il riflesso spietatamente parodico del nostro: non solo di chi si fa arrogante narratore dell’Altro prima sconosciuto, ma anche della nostra inettitudine, delle nostre allucinazioni, quelle che non siamo in grado di riconoscere come tali e che ugualmente rincorriamo, presuntuosi nel nostro civilizzato concetto di “sapere”.
In compagnia di personaggi fantasmatici come sorella Tran o l’imprevedibile Wanghi, il lettore è trascinato nella perversione di ogni (apparente) buon senso e rimane vittima “dell’incanto greve” che assilla e schiaccia Gamuna Valley, dove il grottesco e l’ordinario sospendono il tempo e lo spazio, lasciando tutti confusi e sbandati. Così le “litanie del mattino” (maledizioni) ci riportano all’inizio di ogni giornata lavorativa, le “chiacchiere medicinali” alle serate in compagnia dei vecchi amici, i mercanti truffaldini solleticano le nostre coscienze e le schermaglie coniugali ridicolizzano ogni epos che facciamo dell’amore.
Si tratta di un lungo viaggio che non può essere affrontato se non infilando nel bagaglio almeno la metà dell’ironia di Celati, una bella scorta di autocritica e un pizzico di svagatezza che, forse, ci proteggerà dai niente affatto seducenti ma potentissimi miraggi di fata Morgana.
Recensione di Delis
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Gianni Celati, Fata Morgana, Feltrinelli, Milano, 2005



