Crescita selvaggia

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Le saghe familiari sono, da sempre, il genere che più mi somiglia. C’è qualcosa nella coralità delle voci, nell’intreccio di storie e di temi che si rincorrono e scontrano, capace di travolgermi come farebbe un fiume in piena. Mi piace perdermi in quel disordine potente, in quella ricchezza emotiva che solo le grandi narrazioni familiari sanno offrire. Ecco, la storia della famiglia Li è una di queste: sconvolge e risana proprio come dovrebbe fare ogni saga degna di questo nome.

Ambientata in una Cina rurale e fortemente patriarcale, Crescita selvaggia di Sheng Keyi segue un arco temporale che va dal 1911 alla contemporaneità, attraverso gli occhi di Li Xiaohan, la più giovane dei Li, giornalista determinata a rompere i silenzi di una famiglia spessa come una roccia.

La famiglia Li è, infatti, paragonabile ad una pietra inscalfibile: un nonno poeta e giocatore d’azzardo, due genitori logorati dal lavoro di campagna e dall’importanza del successo personale a scapito di quello altrui, quattro fratelli che non potrebbero essere più diversi tra loro. Il romanzo segue il corso delle loro vite e da questa giustapposizione di ritratti nasce il caos del sentire non detto, della violenza controllata, del dolore sordo, dell’amore rimosso. Una commedia umana in frammenti.

Come alone che accompagna tutta la narrazione c’è lo status quo cinese, culturale e sociale, che affonda le proprie radici nel pensiero confuciano. Le dinamiche tra padre e figlio, come quelle tra mariti e mogli, insieme al rispetto dovuto agli anziani, si consumano durante tutto il romanzo in obblighi e silenzi tassativi, senza alcuna concessione all’amore dichiarato. Tutto è dovere e l’etica dei sentimenti sembra sparire in sguardi e gesti crudi, netti, inclementi. Keyi non risparmia ai suoi lettori descrizioni di morti e punizioni crudeli, di violenze domestiche e di stato.

Tuttavia, questa violenta staticità patriarcale propria della campagna ed erede del maoismo di rieducazione rurale, inizia ad incrinarsi con l’arrivo degli anni Ottanta. L’espansione economica cinese porta ad un sempre più forte spopolamento delle zone rurali, verso il sogno di una vita migliore, verso le inarrivabili città. La protagonista e voce narrante, Xiaohan, è uno dei simboli di questa rottura. È la prima e unica sorella a laurearsi, a trasferirsi in città, a trovare lavoro come giornalista. La tanto agognata vita cittadina, però, porta con sé l’arbitrio del potere e dell’avidità, e la fuga non garantisce salvezza—solo nuovi vincoli, più sofisticati.

Xiaohan prosegue la sua carriera con ostinazione e giunge a lavorare per una testata giornalistica investigativa: il suo è un impegno sociale diretto a ricercare la verità e a scovare i soprusi di potere. Una ricerca rischiosa, questa, che porta la protagonista a trovarsi più volte in situazioni di pericolo e al centro di scandali. Censurato fu il giornale – realmente esistito – così come questo libro, in Cina, per i suoi temi scomodi: aborti obbligati, patriarcato, violenza, sangue, ingiustizie, rituali millenari, censura stessa. Ma è proprio raccontando queste zone d’ombra che l’autrice apre ferite e percorsi di guarigione. Sheng Keyi usa le parole come armi: «le parole sono come una cartuccia di proiettili». Non è una scrittura gentile: è affilata, ironica, violenta come la Cina che dipinge.

Il mio consiglio è di lasciarvi trafiggere e poi coccolare dalla famiglia Li. Il corso del loro fiume familiare è uno di quelli che non si dimentica. Percorrerlo è stato per me un percorso di crescita. Crescita selvaggia.

 

Recensione di Maria De Gennaro

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 Sheng Keyi, Crescita selvaggia, Fazi, Roma, 2022

Edizione originale: Ye Man Sheng Zhang

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