“VENERDÌ RE-VERSO”
“Avete un cuore per sentire? Avete un cervello per pensare?”
1650. Monsieur de Sainte Colombe, musicista e compositore, rimane vedovo con due figlie, Madeline e Toinette. Si ritira in una casetta sul fiume, fuori dal tempo, dove educa le piccole alla musica, rifiutando ogni invito a lasciare la sua “corte di salici”, declinando persino l’invito del re. Soprattutto l’invito del re. “Sono così selvaggio, signore, che penso di appartenere solo a me stesso”. L’unico a profanare questo regno di solitudine, oltre al ricordo della moglie, è il giovane e testardo Marin Marais, il quale, insinuandosi nel riserbo della famiglia Sainte Colombe, apprenderà la musica senza riuscire (mai?) a distinguere la melodia del mondo.
Pascal Quignard è un personaggio strano (e ha quindi la nostra simpatia), i suoi libri sembrano raccontare qualcosa di cui lui ha assoluta certezza ma che esprime per enigmi, come se nascondesse le risposte nelle pieghe raffinatissime della sua scrittura. In questo breve romanzo l’umano e il mistero dialogano incessantemente, il corpo e l’ambizione, il lutto e il desiderio, la libertà e tutto il resto. Il cuore di ogni vicenda risiede nella musica, che non è solo affare degli strumenti ma della vita, coltivata nel legame inscindibile tra vocazione e dedizione. E qui il grande nodo: il talento necessita di una validazione? Di un pubblico?
“Signore, voi piacete a un re visibile. Piacere non fa per me. Io lancio il mio richiamo, ve lo giuro, a una cosa invisibile.”
E se il giovane allievo volesse suonare per quel re che il maestro ha selvaggiamente disconosciuto? Se lo studente desiderasse il riconoscimento e tutto quello che ne consegue? Meriterebbe lo stesso di imparare? Il titolo. Noi crediamo che lo struggimento e la bellezza di queste pagine scarne, precise, violente risieda nelle parole che compongono il titolo: “Tutte le mattine del mondo sono senza ritorno”. Fatalmente, non c’è un istante che torni indietro. Ogni passo è un passo avanti, anche quando ci illudiamo di ripercorrerli, cercando quel bivio in cui la strada poteva essere diversa. Ma l’errore è una piccola morte, talvolta necessaria, per nascere nuovi a se stessi, forse per non tradirsi e accogliere questo nostro destino di eterno incedere e di impossibile arretrare. Nella fatalità di questa affermazione così definitiva risiede anche uno smisurato chiarore, aurorale, un invito a quel carpe diem sussurrato dal professor Keating alle orecchie timorose dei suoi studenti. Monsieur de Sainte Colombe non è quel tipo di insegnante, è severo, burbero, malato di malinconia, devoto alla musica come a un destino.
Eppure questa teoria di mattine che non tornano, che affligge e benedice tutti, lo porterà, ormai anziano, a riconoscere la dignità di una vita spesa diversamente dalla sua e allo stesso tempo, quell’allievo arrogante e ambizioso nelle sue mattine troverà un vuoto, lì dove non aveva voluto o saputo ascoltare quello che il suo maestro tentava di spiegare senza spiegazioni.
“Signore, posso chiedervi un’ultima lezione?”
“Signore, posso tentare una prima lezione?”
Sipario.
Recensione di Delis
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Pascal Quignard, Tutte le mattine del mondo, Intransito, Milano, 2026
Edizione originale: Tous les matins du mondem, Gallimard, Paris, 1991



